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Picchì idda

Strappa da te la vanità,
ti dico strappala.
Ma avere fatto in luogo di non avere fatto
questa non è vanità.

Ezra Pound, Canti pisani, 81

Letizia Battaglia nasce a Palermo nel 1935. Si trasferisce con la famiglia a Trieste dove ha un’infanzia felice. Tornata a Palermo, riceve le attenzioni di un esibizionista; rientrata a casa racconta l’episodio e ciò dà inizio ad un periodo difficile della sua vita. Protetta tanto da essere privata della libertà, appena sedicenne troverà nel matrimonio una fuga verso l’indipendenza. È giovane, piena di energie e desidera una famiglia numerosa: avrà tre figlie. Ma tra padre e marito la musica non cambia: l’amore che nutrono per lei, per limiti culturali, non permette loro di concederle il respiro della libertà che la sua natura e la sua intelligenza reclamano.

Mi sono sposata, volevo tanti figli, volevo essere felice. Invece le cose sono andate in maniera un po’ diversa. Però oggi, pensando alla mia vita, sono certa di non averla degradata, sono contenta di come sono andate le cose, non mi sono venduta, sono libera, dico il mio pensiero e non ho paura di dirlo, questo rende la mia vita non miserabile.

Nel 1969 inizia la sua collaborazione con il giornale palermitano L’ora, scrivendo articoli di cronaca. Si separa dal marito e nel 1970 si trasferisce a Milano dove comincia a fotografare per varie testate. I giornali le chiedono fotografie a corredo degli articoli. Letizia è la prima donna fotografa a lavorare ufficialmente in una redazione giornalistica e fotografa di tutto: matrimoni, bambini, manicomi. Non dispone di una tecnica sofisticata, non viene da una scuola professionale e non ha una conoscenza approfondita della macchina fotografica. Tuttavia ha una grande consuetudine con le arti figurative che ha sempre seguito fino a farne una costante del suo universo culturale e sa esattamente come costruire un’immagine. L’incontro con Pasolini le permetterà di realizzare dei ritratti intensi che oltre alla capacità compositiva sottolineano il suo rapporto empatico con la realtà che desidera raccontare.

Da subito troviamo nel suo lavoro le caratteristiche della grande fotografia. La capacità di registrare la realtà con lucidità, anche se in situazioni estreme ed in maniera asciutta, non priva in alcun caso i suoi scatti di una forte ed intensa portata emozionale. Le linee guida dell’inquadratura conducono il suo occhio verso gli elementi più importanti della scena ma non le impediscono di andare a scoprire, nelle zone d’ombra, dettagli che aggiungono significato, mistero e inquietudine per una realtà incerta e dolorosa.

Avvicinatasi alla fotografia per necessità – questo le chiedevano i datori di lavoro e questo si doveva fare – Letizia Battaglia, una delle figure più rappresentative del reportage, prima donna europea ex aequo con l’americana Donna Ferrato ad essere insignita a New York nel 1985 del Premio Eugene Smith per il fotogiornalismo (assegnato annualmente a fotografi che si siano distinti per un punto di vista innovativo in ambito sociale, economico, politico o ambientale), ha da tempo cessato di essere considerata una giornalista per essere inserita tra le figure più rappresentative dell’arte fotografica. Significativa è la sua opinione a tal proposito:

Credo che le mie foto entrando in un museo abbiano un po’ perso la loro funzione di denuncia perché è come se fossero state fagocitate da un luogo artistico che non è propriamente visto come un luogo di combattimento. Sono diventata un’artista mio malgrado, io non ero un’artista. Ero una persona che in qualsiasi modo voleva combattere la mafia. Con la macchina fotografica, con le scelte di vita, le persone con cui sono entrata in contatto, con tutto. Ora nei musei ho successo, ma nella mia visione questo toglie un po’ di forza al mio lavoro.

Nel 1974 ritorna a Palermo dove con Franco Zecchin crea l’agenzia Informazione fotografica (If), frequentata da Josef Koudelka e Ferdinando Scianna. Nello stesso anno inizia a documentare quelli che saranno vent’anni di delitti di mafia. Suoi sono gli scatti dei “cadaveri eccellenti” che portano i nomi di Cesare Terranova, Michele Reina, Boris Giuliano, Piersanti Mattarella, Gaetano Costa, sua è la foto all’hotel Zagarella che ritrae gli esattori mafiosi della famiglia Salvo insieme ad Andreotti e che fu acquisita agli atti per il processo. Scatti dolorosi che la rendono una fotografa di fama internazionale; ma definire Letizia Battaglia “la fotografa della mafia” è senz’altro riduttivo. I suoi punti di riferimento sono i fotografi americani e, in particolare, Diane Arbus con quale condivide l’attenzione per gli ultimi e gli esclusi nonché la capacità di conquistare la fiducia del soggetto che si espone all’obbiettivo perché avverte che, dietro la macchina, anche la fotografa si sta mettendo a nudo e che si tratta quantomeno di una partita a due e non di uno scatto rubato.

Una fotografia è te stessa che ti inserisci nel mondo. È il tuo cuore che batte, la tua testa che pensa. Trasformi il mondo secondo quello che sei […] Se sei fascista fai foto fasciste, se sei progressista fai foto progressiste.

Molti hanno fotografato i morti di mafia ma a rimanere impresse nella memoria collettiva sono le foto di Letizia Battaglia, perché il respiro delle sue inquadrature va oltre la mattanza, in un potente e nitido bianco e nero, “perché [rispetto al colore] è più rispettoso della realtà, ha una sua eleganza, una sua solennità.” . I suoi scatti si prefiggono di raccontare soprattutto Palermo nella sua miseria e nel suo splendore, i suoi morti di mafia ma anche le sue tradizioni, il disordine, la sporcizia, gli sguardi di bambini e donne (la Battaglia predilige i soggetti femminili), i quartieri, le strade, le feste e i lutti, la vanità ed il dolore, le contraddizioni, la vita quotidiana e i volti del potere. Una realtà raccontata da vicino, ad una distanza che permette di sentire il respiro dell’altro, di toccarlo allungando una mano. Letizia Battaglia non usa il teleobiettivo:

con il teleobiettivo le foto si assomigliano, non creo l’impatto e l’emozione tra me e l’altra persona. Con il teleobiettivo, stando a distanza, mi allontano da ciò che racconto. Io preferisco non usarlo. Ci sono fotografie bellissime fatte con il teleobiettivo ma io non le faccio. Se io ho una bambina, le dico “guardami”, oppure “non mi guardare”, ma glielo devo dire! Al mafioso non gli dico niente, però pure i mafiosi li ho fotografati da vicino.

Negli anni ’80 crea il Laboratorio d’If, dove si formano fotografi e fotoreporter palermitani: la figlia Shobha, Mike Palazzotto, Salvo Fundarotto. La fotografia ha riempito per molti anni la vita di Letizia Battaglia ma non è stata totalizzante: nel 1991 il suo impegno civile la porta ad essere consigliere comunale e poi assessore per i Verdi con la giunta di Leoluca Orlando.

Dal 2000 al 2003 dirige la rivista bimestrale realizzata da donne Mezzocielo, nata da una sua idea nel 1991. Espone in Italia, nei Paesi dell’Est, in Francia (Centre Pompidou, Parigi), Gran Bretagna, America, Brasile, Svizzera, Canada. Nel 2003 stanca e disillusa da un clima sociale che trova privo di partecipazione e impegno, dallo spegnersi del movimento antimafia («non sopportavo più il silenzio»), da una Sicilia pigra che si è fatta sempre dominare e che non si assume senso di responsabilità, si trasferisce a Parigi per il semplice motivo che nella Ville Lumière un’amica le mette una casa a disposizione; ma avrebbe potuto essere qualsiasi altra città. Torna dopo due anni: “la mia vita è in Sicilia”.

Oggi Letizia Battaglia non ha più voglia di fotografare sciagure e le foto di morte seminata dalla mafia sono rivitalizzate dall’incursione di nudi femminili nella loro naturale bellezza che, senza civetteria o pose accattivanti, esprimono il desiderio di ricostruzione, di pace, di fecondità. La modella viene fotografata con alle spalle l’ingrandimento di un’immagine delle stragi. Letizia non usa photoshop, preferisce creare dei set dove il presente interagisce con il passato spostando il punctum dall’orrore alla bellezza:

Davanti a un uomo che spara, il ventre nudo di una donna che dà vita…donne bagnate perché l’acqua pulisce. Sono a un punto di speranza, voglio far crescere la gente. La mediocrità non l’accetto, neppure se consolatoria… Abbiamo straperso su tutta la linea. Ma senza perdere però la forza di andare avanti.

Oblio no. Infatti il morto è là. Tutto nasce dal fatto che non sopportavo più di essere così passiva davanti a queste fotografie. Facevo mostre, ma ero passiva. Aggiungere alle foto dei morti le foto dei vivi, dei giovani, dei bambini, delle donne, era un modo per inventarmi un’altra realtà, per spostare il famoso “punctum” dal morto ammazzato. Una donna nuda è la vita, è una madre, è la terra. Faccio questo: costruisco una realtà, aggiungo a una foto di morte una foto di vita. Un progetto riuscito? Non riuscito? Io ci ho provato.

Letizia Battaglia, una giovane di 83 anni, non ha più le energie per fare la cronaca, per andarsene in giro per Palermo ma anziché arrestarsi ha realizzato un progetto per il quale si è battuta per anni: il Centro Internazionale per la Fotografia, dove far convergere l’intelligenza per la fotografia ma anche per la musica, per la poesia, per l’arte visiva. Aperto ai giovani e ai vecchi.

Non mi piacciono le divisioni nella società. Adoro che i vecchi, le donne, i bambini e i giovani stiano insieme, perché c’è da imparare da tutti. Io posso imparare da una ventenne e una ventenne può imparare da me. E allora vorrei che fosse un luogo dove si cresca, dove arrivino i grandi lavori dei grandi fotografi, grandi nel senso di bravi, nazionali e internazionali.

Vorrei che i fotografi emergenti, quelli che non hanno spazio e che non hanno visibilità, avessero uno spazio dove esporre le loro opere.

Il centro è stato diviso in due spazi, una galleria molto grande che ospita mostre di grandi autori e un altro per le mostre dei fotografi che vogliono farsi conoscere, attentamente selezionati.

La qualità è importantissima, così come la disciplina nel lavoro, la ricerca nel progetto. Non vogliamo fotografie superficiali. Nessuna fotografia in stile Facebook, poiché sono prive di cultura fotografica. Talvolta sembrano belle ma non hanno spessore.

Il centro è pensato anche per ospitare l’archivio fotografico della città di Palermo. Un archivio formato da donazioni di grandi fotografi e da fotografie vecchie e nuove che raccontano Palermo, un archivio della memoria in permanente evoluzione, memoria con uno sguardo al futuro.

L’altro progetto riguarda l’organizzazione di corsi di fotografia,

ovvero corsi di cultura, la fotografia intesa come parte di una cultura più vasta, perché un fotografo se non va al cinema, se non legge libri, se non ascolta musica non potrà mai avere una profondità, potrà avere talento, ma poi non regge, con il tempo il solo talento non regge.

Letizia Battaglia ha fotografato affinché il mondo sapesse, grazie ad un lavoro di documentarista che sottende un pensiero ed un rapporto emotivo con la realtà osservata. Detesta fotografare pensando alla rivista che pubblicherà le sue immagini ed è convinta che i risultati non dipendono dall’attrezzatura o da una sapienza tecnica bensì da un’osmosi di cuore e cervello, da una posizione politica e morale, da un progetto di vita.

Io sono una che ha fatto reportage rimanendo nella città dove vive. Reportage può significare tante cose, per ognuno cose diverse. Per me significa andare al cuore delle cose, di un luogo, di una città, di un gruppo di persone, cioè scavare con l’immagine. Io lego molto la fotografia al cinema: è come una creazione, anche se poi è la realtà. È una cosa complicata quella che ho appena detto, ma siccome sono vecchia le complicazioni si sono complicate!

Nel 2017 Il New York Times ha inserito Letizia Battaglia fra le undici donne di tutto il mondo (insieme a lei attiviste, scrittrici e politiche) che dalla Francia all’Indonesia hanno lasciato il loro segno ed il MAXXI di Roma le ha dedicato un’antologica dal titolo Per pura passione, duecento scatti, provini, vintage, documenti. Per niente propensa ad abbandonarsi alla gratificazione di riconoscimenti così importanti, Letizia Battaglia continua a progettare. Nel futuro pensa di fotografare paesaggi, i paesaggi della natura, i paesaggi dell’anima.

Da assessore, negli anni ’90, Letizia Battaglia ha promosso interventi volti a restituire dignità, attraverso la bellezza, ad una Palermo martoriata dalla corruzione dei politici, dalle cicatrici profonde prodotte dalla Mafia.

Ho piantato molti alberi quando ero assessore, davanti al mare. A Porta Felice avevo piantato una settantina di palme, che in vent’anni, forse venticinque erano diventate alte. Era bellissimo, come un palmeto a Tunisi. Patrizia, mia figlia, aveva regalato un pino, che lì era diventato grande, meraviglioso. Un giorno passo di là e non vedo più le palme. Mi dicono che erano ammalate e così le hanno tagliate. Una rabbia… Eppure esiste una cura e con quattordici euro la palma si salva. Hanno tagliato pure il pino che non aveva niente. Hanno tagliato tutto. Perché? Semplice: c’è un progetto su questo spazio. […] quando io ho piantato le palme era uno spazio con le macerie della guerra, davanti al mare, per cui camion buttati, carcasse di animali, sedie rotte, una schifezza. I giardinieri l’avevano chiamata “L’oasi di Letizia”.

Abbiamo prima pulito, messo la terra nuova, portato l’acqua con le autobotti perché lì non c’era. È stato un lavoro di mesi, bellissimo. E poi vederlo distrutto così… Quando sono passata c’erano ancora i tondi dei tronchi tagliati. Fare tagliare una palma significa pagare cinquecento euro, ci hanno guadagnato tutti. […] Io ho fotografato questi tronchi. Loro hanno capito perché li ho messi su internet. Ora stanno facendo dei lavori di cui non voglio sapere di cosa si tratta…

Oggi Letizia ha un incubo ricorrente: che ne sarà del Centro Internazionale per la Fotografia dopo di lei? Che ne sarà del suo archivio fotografico? Nonostante l’angoscia provocata dall’esperienza, dalla volontà distruttrice di chi non ama la vita, Letizia continua a lavorare e a seminare per le future generazioni. Questo è sufficiente a rispondere alla domanda astiosa rivolta da qualcuno al Sindaco Leoluca Orlando che l’ha sostenuta nel realizzare il Centro: “Picchì idda?”

Serafino Fasulo

 

Letizia Battaglia: il volto della compassione

La fotografia: il racconto della Sicilia negli “anni di piombo”

Letizia Battaglia – fotografa di fama internazionale – documenta dagli anni ‘70 i cosiddetti “anni di piombo” che hanno martoriato l’Italia e in modo particolare la città di Palermo. Sono gli anni cui si vive una strategia della tensione che prende corpo in un’estremizzazione della dialettica politica declinata in violenza di piazza, in lotta armata, in atti di terrorismo, in una continua colluttazione tra politica, mafia e gruppi armati. Lavora per il giornale L’Ora di Palermo, storico quotidiano siciliano, documentando una sequenza di atrocità efferate e di omicidi eccellenti, perpetrati per il controllo del territorio.

A un primo sguardo, le foto di Letizia Battaglia potrebbero essere assimilate a immagini di reportage. Tra miseria e splendore, in un vivido e netto bianco e nero, raccontano soprattutto Palermo, città meravigliosa e al tempo stesso ferita, con i suoi morti di mafia ma anche con le sue ataviche tradizioni, documentando la vita che scorre nei quartieri, trapuntata di sguardi di bambini e di donne, con le strade, le feste, i riti, i lutti, i volti del potere e della giustizia. Una città povera e disperata e al tempo stesso ricca e generosa, odiata e profondamente amata… Una città dalla luce accecante, ma dalle ombre tetre e tenebrose, continuamente violata nella sua gloriosa bellezza, scelleratamente violentata dalla mafia, dai politici, dalla corruzione…

Con grande aderenza alla realtà e attenzione alla verità dei fatti, i soggetti delle sue fotografie sono di grande impatto visivo ed emotivo. In una foto, in mezzo a una strada, vediamo un corpo dilaniato dalle pallottole. Davanti a case ridotte a macerie, scorgiamo una pozza di sangue, testimone silenziosa di un delitto appena avvenuto. In un’altra immagine, vediamo il capo reclinato di un mafioso ammanettato, dal volto ferino che incute paura, come se stesse lanciando una maledizione. In un’altra ancora, in una squallida stanza sono accasciate due donne appena uccise insieme ad un uomo, a terra, morto. Una foto inquadra ancora un lenzuolo, da cui esce una mano sanguinante. Un’altra foto riprende il volto di una donna che piange l’omicidio del proprio caro. Dietro di lei, un’ombra incombe come se la morte fosse stata sempre lì, compiaciuta. Poi, vediamo un bambino che impugna una pistola, la schiena di un uomo disteso a terra che mostra un tatuaggio con il disegno del volto di Cristo…

Le immagini raccontano storie di dolore, di drammi, di tragedie. Nessun spazio sembra essere lasciato alla speranza. Chi ha vissuto in quegli anni riconosce con facilità i volti di tanti uomini uccisi, di potenti boss, da Luciano Liggio a Leoluca Bagarella, cognato di Totò Riina, immagini del potere, come quelle dei politici collusi con la mafia come Vito Ciancimino e Salvo Lima, e poi quelli di giudici, poliziotti e uomini delle istituzioni che non hanno risparmiato la loro vita contro Cosa nostra, da Boris Giuliano a Ninni Cassarà, dal giudice Cesare Terranova a Piersanti Mattarella fino a Paolo Borsellino e a Giovanni Falcone. Di questi ultimi Letizia Battaglia dice: «Avevamo delle persone che rappresentavano il nostro orgoglio. Li hanno tutti ammazzati». Immagini impressionati e strazianti, che non cessano di scuotere le coscienze, oggi come allora. Infine, ci sono le fervide immagini della società civile, con le donne e i bambini dei quartieri popolari, di grande freschezza e vitalità, ma anche quelle dell’alta borghesia e della nobiltà palermitana, di un’eleganza sontuosa ma decadente e sfiorita, dal volto opulento e al tempo stanco e stesso malato.

La fotografia: entrare nel dolore dell’altro

Letizia Battaglia documenta uno spaccato della sua terra, tuttavia le sue fotografie non sono mai una semplice testimonianza, una mera e asettica registrazione di fatti crudeli e violenti. L’autrice inscrive la propria presenza nell’immagine. Attraverso il dolore. Nella sua tragica Palermo, Letizia fa affiorare il cuore vivo e pulsante di una Sicilia ambigua e contraddittoria che invoca riscatto, redenzione. Da parte dell’autrice, non c’è mai infatti indifferenza, il nascondersi dietro una professionalità dichiarata, un mestiere da esibire. La macchina fotografica non è un diaframma, un velo dietro a cui proteggersi. Al contrario, fotografare significa mettersi in gioco, indignarsi, provare un senso di disgusto, soffrire per quanto sta accadendo. In un silenzio attonito, la macchina fotografica soffre per il dolore del mondo.

La fotografia è strettamente legata alla vita e nasce da un’urgenza etica. Fotografare implica il partecipare alla scena, non si esaurisce mai in un semplice assistere, distante e impersonale. Fotografare significa co-partecipare, entrare nel dramma, lasciarsi commuovere, affinché chi guarda quell’immagine possa a sua volta esserne colpito, perché solo lasciandosi scuotere la propria coscienza, l’esistenza umana può cambiare, trasformarsi, convertirsi a un bene comune. Per fotografare occorre entrare nel dolore dell’altro, nella sua vita. Per raccontare la sofferenza altrui, occorre farsi prossimi, significa stare dalla sua parte, rendere giustizia al più debole. Che cos’è il male se non l’impassibilità, il restare indifferenti a quanto sta accadendo intorno a te, dire che quanto è accaduto sotto gli occhi di tutti non mi riguarda? Male è tirarsi indietro, assecondare le proprie paure, accettare che gli altri decidano la tua vita. Male è diventare schiavi passivi della violenza. Male è dimenticare, sopprimere la memoria, permettendo così alla mafia di restare impunita e di continuare a vincere.

Non a caso, Letizia usa un grandangolo capace di dare grande profondità all’immagine, con i protagonisti in primo piano, come se fossimo loro vicini, compagni coi quali condividere un breve tratto di strada, come fa Caravaggio nelle sue scene, affinché il fedele si senta partecipe del mistero rappresentato, con uno sfondo che si presenta come muto testimone di un dramma avvenuto. Non ci può essere infatti vile abbandono, ma solo un prendere parte, un esserci. Altre volte, come nella foto “Ucciso mentre andava in garage” (1976), sembra inquadrare l’immagine attraverso un preciso punto prospettico, tradendo la conoscenza della storia dell’arte italiana, come se quell’episodio – in questo caso il rimando va al Cristo morto del Mantegna a Brera – messo in scena dalla nostra tradizione artistica si ripresentasse ora, davanti a noi, nella sua sconvolgente attualità. L’evento particolare diventa così universale. Quel singolo momento ripreso in quell’angolo dimenticato di Palermo si trasforma in un severo monito rivolto a ogni essere umano, a tutta l’opinione pubblica.

Meditazioni sul mistero dell’uomo

Di fatto, le fotografie di Letizia Battaglia sono vere e proprie meditazioni sul mistero dell’uomo. Nelle immagini scarne del popolo, negli occhi espressivi di bambini ai quali è negata la loro fanciullezza, negli sguardi sofferti di madri, nelle bocche spalancate di uomini uccisi, l’autrice pone continuamente interrogativi sul non senso della violenza, sul perché dello sfruttamento dei più deboli, sulle false ragioni di una politica miserabile e corrotta, sull’indifferenza che talvolta regna sovrana nel cuore di ciascuno di noi. È come se al cuore di ogni foto, ci fosse una domanda appassionata, un appello, un’invocazione affinché la morte fisica e quella morale non siano le ultime parole della vita. Le foto diventano così interrogativi appassionati e accorati. Perché non è possibile costruire un mondo diverso, una nuova società civile se ciascuno si assume la propria responsabilità etica nella storia? Perché la maggior parte delle persone preferisce nascondersi dietro una colpevole omertà e rifiuta di parlare, di denunciare, di ribellarsi, di fare fronte comune contro una criminalità organizzata che soffoca l’intera società civile? Perché il fratello continua ad uccidere il proprio fratello, reiterando il primo omicidio della storia umana, quello di Caino contro Abele? Dalla profonda connotazione politica, le fotografie di Letizia Battaglia sono una denuncia della miseria, dello sfruttamento, del cinismo di chi vuole comandare solo per amore del potere, nel desiderio di schiacciare e di dominare gli altri. La violenza non può essere la soluzione ai conflitti tra uomo e uomo.

La compassione: la risposta alla violenza

Probabilmente, per Letizia Battaglia, la riposta alla violenza è la compassione. Le sue immagini sono infatti cariche di una pietas che ci rende solidali con la vita degli altri e invitano a un impegno civile e personale. Anche di fronte alle immagini più inquietanti e sconvolgenti, mai un giudizio è pronunciato, una condanna è proferita. Sono immagini abitate da un nonostante tutto, dall’incrollabile fiducia nella possibilità che l’uomo possa cambiare. In questa compassione verso chi soffre, in questo sguardo di “misericordia” capace di trasfigurare anche le situazioni più violente e disperate consiste probabilmente la bellezza delle sue fotografie.

Grazie a questa pietas, profonda e commovente, la fotografia può così farsi inno alla libertà e alla dignità umana, testimoniando il desiderio sempre vivo di creare una società che si fondi sulla giustizia e sulla pace.

Andrea Dall’Asta SJ
Direttore Galleria San Fedele, Milano

Dove le generazioni si incontrano

Che non esista il nero ma che neppure esista il bianco, è ciò che metaforicamente sembra emergere dalle fotografie di Letizia Battaglia, pur rigorosamente in bianco e nero dall’inizio della sua attività, quando si sposta nel 1971 a Milano e, proseguendo l’attività di giornalista iniziata nel 1969 per L’Ora a Palermo, accompagna gli articoli per numerose testate italiane con fotografie da lei stessa scattate. Un obbligo, una condizione di lavoro ma soprattutto un’esigenza di narrazione che trova nella macchina fotografica lo strumento privilegiato per esprimere non solo accadimenti e istanti ma anche condizioni, provocazioni, aspettative, tragiche illusioni e pezzi di realtà da lei interpretati e restituiti. Da allora Letizia Battaglia continua a fotografare, rappresentando una delle figure più emblematiche della cultura italiana per il suo ruolo di fotoreporter, di fotografa e artista, per il suo impegno politico e culturale e per le sue scelte di campo che, parallele ad una vita intensa, hanno restituito e proposto in chiave collettiva azioni e richieste. Fra queste, ma non certo l’ultima, l’apertura nel 2017 del Centro Internazionale di Fotografia diretto dalla stessa Battaglia ai Cantieri Culturali della Zisa di Palermo, la sua città, la città con una lunga storia e una memoria corta che la fotografa persegue nel narrare.

Fotografie metaforicamente senza nero e senza bianco nonostante la condivisione, portata quasi ad estremi, di una pratica tradizionale per la generazione della Battaglia, quindi non certo per l’attitudine a immergere in un grigio che scivola (il colore della cosiddetta “modernità”) le vicende narrate, ma invece, per la capacità, sua cifra stilistica e di rigore, di restituire storie e avvenimenti nei quali sia le vittime che i carnefici acquistano la tragica potenza della responsabilità, il peso delle azioni subite come di quelle compiute, la determinante condizione che nega la bellezza della morte sottoponendo alla nostra attenzione, con scatti folgoranti, il peso delle azioni umane, delle responsabilità civili e politiche e delle eredità che esse rappresentano. Non c’è bianco e nero perché non c’è buono e cattivo, e tantomeno c’è buonismo o moraleggiante pietas, invece, proprio attraverso il contrasto deciso tipico delle sue immagini, ciò che appare è tutta l’evidenza e la condizione della complessità umana. Appare così la consapevolezza di chi vuole – nell’azione di reportage e nella testimonianza continua – restituire la cronaca assurdamente reale di anni che, mai abbastanza indagati e studiati, continuano anche oggi attraverso nuove forme di violenza e di potere. Sono le fotografie per le quali Letizia Battaglia è rimbalzata nelle cronache internazionali prima, nei tribunali poi, della seconda metà degli anni ’70 e poi degli anni ’80 durante la guerra della mafia in Italia. Ed è in questa stessa linea di ricerca e di restituzione che molte fra le immagini di Letizia Battaglia ci danno brani di contesto, parti della sua Palermo, abbandonata e ritrovata, che assurge però ad esemplificazione di un palcoscenico unico e insieme universale della storia umana. Palermo che non è semplicemente il luogo dell’orrore, della mafia, della morte, ma è anche luogo di vita, di bellezza, di lotte, di povertà, di dignità, di dolore e fatica e nel quale tutto succede, più che altrove in certi anni, come altrove quando si ha il coraggio di osservare le esperienze che proseguono accanto ad un apparente quieto vivere.

Con questi elementi di contestualizzazione, a volte evidenti, a volte minuti, nell’intero lavoro di Letizia Battaglia emerge, sempre per contrasto e con un’energia inaspettata, tutta la forza della dignità umana, negata solo dalla morte per mano violenta, mai dall’indigenza e dalla povertà. Quella morte che appare nei corpi scomposti e rigettati, nelle case, nelle macchine, sulla strada e che sembra arrestare il rumore del tempo e della vita quotidiana: il nostro respiro, mentre le guardiamo, viene interrotto, bloccato per mano violenta. Ma, accanto a ciò, è comunque la forza e la dignità che riappaiono nella ricerca della fotografa: nei volti dei parenti delle vittime e soprattutto delle donne che, con sguardo diretto ci restituiscono il tutto il dolore del respiro che continua, nonostante tutto.

In parallelo, donne e uomini che si muovono festosi nei salotti di chi conta, volteggiando vibranti dentro vestiti eleganti e sorrisi dimentichi. Accanto donne e bambini, ritratti folgoranti di storie parallele, di futuri incerti, di risorse negate, di periferie e di abbandoni. Ma anche ritratti di momenti di gioco e di vita quotidiana, volti di infanzia che raccolgono con orgoglio la scommessa del futuro mentre continuano a cercare i nostri occhi.

Letizia Battaglia rappresenta oggi molte ricerche e raggiungimenti, ma è anche figura emblematica del paese Italia: fotografa di indiscussa qualità ha trovato i suoi primi riconoscimenti all’estero, ulteriore testimonianza del difficile percorso di riconoscimento artistico italiano. Ancor più difficile quando si parla di donne e di fotografia. Ma anche in questo caso, come nelle dichiarazioni rese per il suo riconoscimento tra le 11 donne scelte nel mondo per impegno ed energia dal New York Times nel 2017, la Battaglia reagisce parlando di donne, di Palermo e delle tante cose da fare e dei soldi necessari per farle, come quelli per il suo Centro di Fotografia dove mostre e progetti espositivi accompagnano workshop, corsi e incontri dedicati alle nuove, alle nuovissime come alle precedenti generazioni. Progetti e opportunità rivolti a quella “lente” che permette di osservare e interpretare la vita con l’obiettivo di restituirne evidenze, mancanze ma anche sogni. Come nei ritratti di bambine, tra i suoi più recenti cicli fotografici: con i loro sogni negli occhi intrecciano sentimenti e consapevolezze che appartengono al lungo filo della vita.

Dove le generazioni si incontrano.

Non è un caso allora che nel 2018 a Palermo, Capitale italiana della Cultura e sede di Manifesta 12, molte opere di artisti internazionali si siano spontaneamente o deliberatamente confrontati con la ricerca e il lavoro di Letizia Battaglia.

Paola Tognon

Vedi anche il video “Letizia Battaglia racconta la mostra Fotografie”

Arte, fotografia e lavoro nella ricerca di Eva Frappicini

Dopo essere stata presentata a Palermo, in occasione di Manifesta 12, Biennale d’Arte itinerante, l’opera di Eva Frapiccini Il Pensiero che non diventa Azione avvelena l’Anima, sarà installata al Museo della Città – Luogo Pio Arte Contemporanea di Livorno e vi rimarrà dal 14 marzo al 29 settembre 2019. L’opera di Eva Frapiccini è un chiaro esempio delle tante possibilità che la fotografia ha di declinarsi con i concetti più intimi del lavoro e dell’espressione artistica che si fanno “monumento” civile, onoranza ai caduti per la libertà e la giustizia. La Fondazione Carlo Laviosa è stata pertanto felice di partecipare ad una proposta dell’amministrazione comunale nell’ambito del progetto “in ∙ ciàm ∙ po” voluto dalla Direttrice Scientifica Musei Civici Livorno, Paola Tognon.

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Il Pensiero che non diventa Azione avvelena l’Anima ha coinvolto archivi storici e centri studi sulle mafie, familiari delle vittime, scuole e biblioteche di Palermo e del resto di Italia, in un percorso di ricerca sui personaggi che hanno caratterizzato la stagione di lotta alla mafia tra gli anni ’70 e ’90 del XX secolo. L’approccio scelto dall’artista focalizza la dimensione intima che si manifesta nelle testimonianze del lavoro di magistrati, giornalisti, sindacalisti e ispettori di Polizia o cittadini che hanno speso la propria vita contro la mafia. Attraverso la documentazione fotografica, il progetto mette in luce gli strumenti quotidiani come appunti, discorsi, registri e note, raccolti e custoditi nei molti archivi privati. Il lavoro dell’artista è dunque un archivio in fieri, che tramite un’installazione accessibile, consultabile e coinvolgente, invita il pubblico ad addentrarsi nella quotidianità dei singoli percorsi. L’analisi dell’artista è rivolta in particolare alle relazioni tra le linee investigative che sono state seguite da persone diverse in parallelo o a distanza di anni. Tali piste sono state interrotte poiché costituivano una minaccia per i traffici mafiosi; le persone sono state uccise, ci ricorda l’artista con questo lavoro, proprio perché troppo brave nella loro professione, perché di ostacolo agli affari illeciti. Non si è trattato di vendetta ma di eliminazione degli impedimenti ai traffici mafiosi.

La struttura-archivio, che esternamente si presenta come un unico corpo cubico, è composta internamente da 6 moduli montati verticalmente su dei cassetti estraibili a mo’ di singoli espositori fotografici, dentro i quali sono incastonate a coppie le fotografie. I cassetti all’altezza dello spettatore rendono l’opera fruibile, una monumentalità che invita all’interazione piuttosto che alla contemplazione e al sussiego, come evidenziano le parole dell’autrice:

Colui che guarda deve poter girare intorno all’opera, scegliere, aprire, chiudere, perché il vedere e il movimento siano un tutt’uno, per una fruizione attiva. Ho trattato le agende, fogli A4, gli schizzi, le buste come se fossero degli “objets trouvé”, li ho isolati fotografandoli e li ho riportati in grandezza 1:1, prendendo il fronte e il retro di ciascuno. La struttura è un contenitore che dà il senso di assoluto, la vertigine di quanti siano stati i contributi. Volevo che lo spettatore li potesse leggere e toccare come me, godendo dello stesso privilegio che avevo avuto io.
L’aprire e chiudere è frutto del mio desiderio di coinvolgere il rapporto fisico oltre che lo sguardo dello spettatore, perché ci sia un dialogo con l’opera.

Eva Frappicini, vive e lavora tra Milano e Torino. Nata a Recanati nal 1978 si è laureata al DAMS di Bologna, dopodiché si diploma in fotografia all’Istituto di Design di Torino. I suoi progetti sono caratterizzati da una ricerca dei diversi codici che compongono l’immagine fotografica e si sviluppano attraverso un accurato lavoro di documentazione.

A esposto a Madrid, Mosca, Roma, Bologna, Parigi e ricevuto importanti premi e riconoscimenti come il Premio Canon nel 200 e, il Premio Passport for Art per una residenza d’artista a Londra nel 2006.

Nel 2008 ha pubblicato il volume Muri di Piombo (Skira-Art Talks, Milano)

Serafino Fasulo

 

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Direttore Responsabile: Simone Di Nasso. Responsabile sez. cultura: Serafino Fasulo – Redazione Irene Scala, Luca Martinelli, Nicoletta Vadalà, Piero Starita – Design planner Studio di comunicazione METODO, LIVORNO – AUT. TRIB. LIVORNO N.8/05 DEL 4 MAGGIO 2005

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