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L’Editoriale

di Piero Starita

Il Laviosainforma esce oggi in una veste nuova, frutto della collaborazione con Antonella Alboni nel ruolo di caporedattore. Antonella, scrittrice e consigliere della Fondazione Carlo Laviosa, ha accettato di misurarsi con questa nuova sfida; a Lei vanno gli auguri più sinceri di buon lavoro. L’intento di questa nuova veste editoriale è di dare maggior spazio…

Il Laviosainforma esce oggi in una veste nuova, frutto della collaborazione con Antonella Alboni nel ruolo di caporedattore. Antonella, scrittrice e consigliere della Fondazione Carlo Laviosa, ha accettato di misurarsi con questa nuova sfida; a Lei vanno gli auguri più sinceri di buon lavoro.

L’intento di questa nuova veste editoriale è di dare maggior spazio ad informazioni, eventi e notizie provenienti dalle diverse sedi del gruppo, in modo da bilanciare meglio le notizie che arrivano dalla Fondazione Carlo Laviosa, che negli ultimi due anni avevano monopolizzato gli spazi della nostra pubblicazione.

Un ringraziamento speciale a Simona Manfredini, che da circa un anno ha avviato una collaborazione con la Fondazione, per l’impegno di dare continuità alle belle pagine di cultura e di informazione sulla attività della Fondazione, che sono state realizzate negli ultimi 2 anni da Serafino Fasulo, a cui và il nostro grazie.

L’augurio nel lanciare questa nuova veste editoriale è di riuscire a creare uno spazio di tutti per tutti, uno spazio che possa essere letto con interesse e che questo interesse incentivi tutti i lettori ad utilizzare lo stesso mezzo per dire, raccontare, comunicare.

Mi auguro e vi auguro, cari lettori, di rivivere, nell’aprire il Laviosainforma, quella sensazione leggera che provavo da bambino quando, di ritorno dal giornalaio, aprivo il mio giornaletto preferito.

Buona lettura

foto di Ambra Conca
foto di Ambra Conca
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Laviosa WIN WALL

di Antonella Alboni

Nel mese di marzo, alla Laviosa Chimica Mineraria abbiamo terminato il LAVIOSA WIN WALL, progetto che è stato sviluppato in collaborazione con la Fondazione Carlo Laviosa e che ha ottenuto il Patrocinio del Comune di Livorno. Il tutto è iniziato con la necessità di riparare un muro perimetrale che si affaccia sulla strada da cui…

Nel mese di marzo, alla Laviosa Chimica Mineraria abbiamo terminato il LAVIOSA WIN WALL, progetto che è stato sviluppato in collaborazione con la Fondazione Carlo Laviosa e che ha ottenuto il Patrocinio del Comune di Livorno.

Il tutto è iniziato con la necessità di riparare un muro perimetrale che si affaccia sulla strada da cui si accede all’azienda.
Il nostro presidente, con una brillante intuizione, ha formulato un’idea alternativa: ripristinare il muro ricoprendolo di ingrandimenti fotografici.

Gli originali delle foto erano stati scattati dagli iscritti al workshop tenuto da Letizia Battaglia all’interno della Laviosa nel giugno 2019, a tema Fotografia e mondo del lavoro.
Abbiamo selezionato una serie di fotografie dal portfolio di ciascun partecipante, una vera collezione che ritrae scorci all’interno della Laviosa Chimica Mineraria, in una qualsiasi giornata di lavoro.

Con questo gesto abbiamo virtualmente aperto i cancelli dell’azienda e capovolto lo stereotipo di muro.
Non più muro come chiusura, come riparo da sguardi indiscreti, bensì come invito a soffermarsi su quello che avviene all’interno, a conoscere e riconoscere l’operato di ciascuno, senza la cui competenza non potremmo avere il prodotto finito e la gratificazione che ci riserva il cliente quando ci preferisce alla concorrenza.

Una volta selezionate le fotografie ci siamo accorti di avere un muro al femminile; gran parte degli iscritti al workshop erano donne, così il nostro muro offre ai passanti un punto di vista diverso, una realtà non filtrata dall’obiettivo maschile (i fotografi non ce ne vogliano!) e con una sensibilità che parla un’altra lingua.

Il Laviosa Win Wall ci permette di farci conoscere nel territorio in cui operiamo e speriamo sollevi, al passante, la curiosità di chiedersi chi siamo, cosa facciamo e chi sono coloro che lavorano in azienda. Non è sempre possibile entrare all’interno delle fabbriche, per una serie infinita di motivi, fra cui la sicurezza, e fotografare gli interni della fabbrica ci è sembrato un buon modo per superare l’ostacolo, soprattutto ora, in tempi di emergenza sanitaria.

Ho tenuto per ultima una motivazione che mi è molto cara: il Laviosa Win Wall è il nostro modo per essere orgogliosi di quello che siamo e facciamo e di condividere il nostro orgoglio col territorio che ci ospita e da cui attingiamo le competenze che ci permettono di fare impresa.

È il primo passo di un progetto più esteso che portiamo avanti con la Fondazione Carlo Laviosa, dare piccoli ma significativi segnali per entrare in armonia col territorio.
Siamo grati al Comune di Livorno per averci accordato il suo Patrocinio e avere riconosciuto così il nostro impegno. Speriamo di aprire una cordata con altre aziende che abbraccino con noi questa politica dei piccoli gesti per ristabilire gli equilibri, sia estetici che funzionali e far sì che si ridia dignità al territorio e ci aiuti a riformulare un diverso atteggiamento sul modo di fare impresa.

Abbiamo chiesto al dottor Laviosa come nasce il progetto Laviosa Winwall e che significato ha.

Siamo partiti da un ragionamento piuttosto semplice: restituire un qualche cosa al territorio dove viviamo, in virtù di quello che la nostra azienda riesce a produrre proprio qui.
Il progetto WinWall nasce per caso, dalla necessità di dovere fare dei lavori di manutenzione, ma si collega ad un’idea abbastanza ricorrente nei temi della Fondazione, che è quello di considerare i posti dove si lavora come luoghi che non necessariamente debbano essere sgradevoli. Da qui l’intento di fare qualcosa di bello e, al tempo stesso, coltivare l’idea di entrare dentro la fabbrica, riprendendo un concetto di fabbrica aperta che esiste da almeno vent’anni.

Il WinWall lo fa in un modo diverso, in un modo immediato e, secondo me, questa necessità oggettiva si prestava per fare qualche cosa che utilizzasse materiale fotografico che era stato raccolto durante un seminario fatto da Letizia Battaglia, con dei fotografi livornesi prevalentemente non professionisti.

Mi piacerebbe trovare in futuro, per la nostra Fondazione, spunti semplici, ma che possano rimanere nel tempo. Sono sempre convinto che le cose che hanno più effetto sono quelle che rientrano nella nostra consuetudine.

Non è difficilissimo avere una buona idea, difficile è implementarla e direi che il progetto WinWall ha anche questa caratteristica.

Abbiamo raccolto un commento da Piero Starita.

WinWall è un muro, un muro trasparente, che fa vedere cosa c’è dentro.
Per quarant’anni Io ho lavorato dentro, ho vissuto nell’industria; oggi ho un sogno e il sogno è che l’industria diventi un vanto per il territorio che la ospita: questo, secondo me, è il senso di questo progetto.

L’industria deve rappresentare un valore sociale non solo per la ben nota questione di offerta dei posti di lavoro o per il valore aggiunto che lascia nel territorio, ma anche per il suo impatto culturale ed estetico sul territorio che la ospita.

foto backstage: Ambra Conca – foto WinWall: autori vari

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Galleria Fotografica

DALL’ESTERO
Notizie dalla Turchia

di Cristian Gennari

La nostra azienda sta guardando al futuro e la Turchia è in forte espansione diventando quanto mai strategica sia come posizione geografica, ponte naturale fra Europa e Asia, sia per la notorietà della nostra pregiata bentonite bianca turca del Mar Nero, oramai apprezzata nei mercato mondiali. Lavori Investimenti nell’impianto a Fatsa 202 Da Ottobre 2020…

La nostra azienda sta guardando al futuro e la Turchia è in forte espansione diventando quanto mai strategica sia come posizione geografica, ponte naturale fra Europa e Asia, sia per la notorietà della nostra pregiata bentonite bianca turca del Mar Nero, oramai apprezzata nei mercato mondiali.

Lavori Investimenti nell’impianto a Fatsa 202

Da Ottobre 2020 abbiamo completato i lavori per l’İnvestimento del gas naturale in cui abbiamo ottenuto un risparmio del 20% sui costi del gas rispetto alla precedente fornitura di gas del fornitore Socar.

Certificazione Business social compliance initiative BSCI (audit 2020)

A marzo 2020 abbiamo superato l’audit ottenendo la certificazione con il max punteggio A rispetto ai A,B e C risultati utili. Questa certificazione utile per migliorare la propria reputazione tra i consumatori come azienda rispettabile ed etica e coglierne il conseguente vantaggio competitivo e anche migliorare il proprio rapporto con i fornitori.
Ci ha permesso anche di avere un approccio trasparente e omogeneo che metta in evidenza le best practice e di migliorare la resilienza della propria attività commerciale ai cambiamenti dell’industria e del mercato.

Gli audit amfori BSCI valutano un produttore rispetto ai valori e i principi del Codice di condotta amfori BSCI, applicati in 13 Aree di performance (PA) interconnesse:

  • Sistema di gestione sociale ed effetto cascata
  • Coinvolgimento e protezione dei lavoratori
  • Il diritto alla libertà di associazione e alla contrattazione collettiva
  • Nessuna discriminazione
  • Retribuzione equa
  • Orari di lavoro ragionevoli
  • Salute e sicurezza sul luogo di lavoro
  • Divieto di lavoro infantile
  • Protezione particolare per i lavoratori giovani
  • Divieto di occupazione precaria
  • Divieto di lavoro forzato
  • Tutela ambientale
  • Commercio etico

L’ottenimento di questo certificato sicuramente ci ha permesso di avere nuovi importanti Clienti a livello europeo e mondiale.

laviosa_informa_2021-3_notizie-dalla-turchia-bsci

Coronavirus normative di sicurezza 2020

Per contrastare l’epidemia del coronavirus, abbiamo attivato una serie di attivita’ importanti:

  • Inserito dei sistemi di termocamere sia all’Ingresso ufficio che all’ingresso della mensa, in modo che possa essere controllata la temperatura corporea entrata-uscita di tutti gli ospiti e del personale che se la temperatura corporea è superiore a 37,5 viene trasferito in ospedale;
  • Per i visitatori viene firmata una procedura sul coronavirus;
  • La disinfestazione viene eseguita ogni fine settimana;
  • Sono state fornite informazioni a tutto il personale sul Coronavirus;
  • Sono stati creati 3 punti di disinfettanti;
  • Uso di maschere per il personale;
  • I posti a sedere nella sala da pranzo sono regolati in base alla distanza sociale 2mt ;
  • L’utilizzo dello spogliatoio è regolato in base alla distanza sociale 2mt;
  • La disposizione dei posti a sedere della sala riunioni viene regolata in base alla distanza sociale 2mt;
  • I segnali di pericolo vengono applicati per la distanza sociale e l’uso di maschere;

laviosa_informa_2021-3_notizie-dalla-turchia-coronavirus

Layout seconda linea forno investimento Capex 2021-2022

Negli ultimi tre anni la nostra capacità produttiva é passata da poco più di 30.000 ton a più di 53.000 ton, grazie anche all’aiuto di alcuni importanti investimenti e attività preventive di manutenzione che ci hanno permesso tale aumento. Grazie ad un ottimo lavoro del settore vendite, le richieste stanno aumentando ulteriormente quindi, già dal 2022, per rimanere in linea con tutte le esigenze dei clienti, attuali e futuri é diventato fondamentale iniziare con lo studio in fase preliminare del layout per la seconda linea del forno per aumentare la nostra capacità produttiva arrivando ad una capacità di circa 100.000 ton quindi raddoppiando la nostra capacità produttiva.

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DALL’ESTERO
Aggiornamenti dal mining

di Marco Bellezza

Anche quest’anno siamo stati molto impegnati nelle attività relative alla estrazione mineraria ed allo scouting di nuovi giacimenti, in tutte le aree geografiche in cui siamo presenti. In India, le due miniere LI4 ed LI6 sono operative a pieno regime: il loro utilizzo congiunto, in diverse proporzioni, ci permette di creare prodotti di ogni qualità….

Anche quest’anno siamo stati molto impegnati nelle attività relative alla estrazione mineraria ed allo scouting di nuovi giacimenti, in tutte le aree geografiche in cui siamo presenti.

In India, le due miniere LI4 ed LI6 sono operative a pieno regime: il loro utilizzo congiunto, in diverse proporzioni, ci permette di creare prodotti di ogni qualità.
Parallelamente, l’attività di scouting prosegue, con la recente approvazione ad investire nell’identificazione del giacimento che costituirà la nostra futura LI7.

In Turchia, la miniera Bakirgoel è ormai operativa con volumi in rapida crescita, condizione che ci ha convinti ad iniziare l’attività di identificazione e apertura di un secondo cantiere, all’interno della stessa, vasta, concessione.

In Francia, abbiamo appena ottenuto l’autorizzazione allo sfruttamento, ufficialmente sotto il nome di Laviosa France, della Cava di Calcare Turoniano a Curcay-sur-Dive da dove estraiamo la materia prima largamente più importante per gli impianti di Cersay e di Etrechy. In aggiunta, abbiamo già conseguito l’autorizzazione per l’estrazione di bentonite dal giacimento di Vexin-sur-Epte.

In Sardegna, l’attività estrattiva a Monte Furros e a Monte Idda procede spedita secondo i nostri piani minerari mentre i giacimenti di Rio Bau Nurri e Santa Maria III stanno arrivando al loro ciclo conclusivo, che terminerà con il completamento dei progetti di ripristino e la restituzione delle aree alle comunità originarie. Siamo in dirittura di arrivo con il completamento della documentazione necessaria per la richiesta di due importanti nuove concessioni: una con materiale sia agglomerante che assorbente; l’altra con materiale solo agglomerante. Stiamo lavorando affinché questi due giacimenti ci accompagnino per i prossimi venti anni nelle produzioni dell’impianto di Villaspeciosa.

I fronti su cui ci stiamo focalizzando sono quindi molti e le attività ci impegneranno lungo tutto l’arco dell’anno. Grazie agli sforzi del nostro team internazionale, costituito da Mahir, Enrico, Luca, Christophe e Purvaraj, abbiamo conseguito finora buoni risultati, confidenti in ulteriori miglioramenti.

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Foto Biancamaria Monticelli
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La Fondazione Carlo Laviosa: al servizio della cultura e del mondo del lavoro

di Simona Manfredini

Nata a Livorno nel 2006 per volontà di Ernesto Laviosa, la Fondazione Carlo Laviosa è un Ente del Terzo Settore indipendente e senza scopo di lucro, impegnato ad approfondire l’indagine sul mondo del lavoro in tutte le sue possibili declinazioni. L’attività della Fondazione si sviluppa nell’esplorazione del legame culturale e sociale tra individuo, impresa e…

Nata a Livorno nel 2006 per volontà di Ernesto Laviosa, la Fondazione Carlo Laviosa è un Ente del Terzo Settore indipendente e senza scopo di lucro, impegnato ad approfondire l’indagine sul mondo del lavoro in tutte le sue possibili declinazioni.
L’attività della Fondazione si sviluppa nell’esplorazione del legame culturale e sociale tra individuo, impresa e società, con particolare attenzione ai giovani, la loro formazione ed il loro avvicinamento ed inserimento nel mondo del lavoro.
Coerentemente ai suoi scopi costitutivi che la ingaggiano ad aprirsi al grande pubblico, la Fondazione Carlo Laviosa ha scelto l’arte della fotografia come suo prioritario linguaggio narrativo, come finestra sulla contemporaneità capace di coinvolgere una platea ampia e trasversale.
Dal 2016 la Fondazione contribuisce in modo concreto e continuativo a stimolare curiosità, dibattito ed approfondimento sul mondo del lavoro ad ampio raggio, attraverso:

Concorsi fotografici

Il tema del lavoro è al centro del concorso “Fotografia e mondo del lavoro”, che affronta ogni anno un diverso ambito produttivo ed esplora e approfondisce in immagini una specifica attività. Uno sguardo creativo e non convenzionale sulla realtà dei cantieri navali, con particolare attenzione alla vela, ha segnato la prima tappa del percorso “Fotografia e Mondo del Lavoro” per proseguire nell’autunno 2019 con un argomento che riguarda il vivere umano su scala planetaria: “Come l’industria interagisce con il paesaggio e la vita sociale” ed arrivare nel 2020, invece di fermarsi, a focalizzare le energie e l’attenzione su “Il lavoro a Livorno NONOSTANTE il covid-19” per dare visibilità a tutte quelle persone che con il loro operato hanno permesso a tutti noi di continuare ad avere i servizi essenziali per il vivere quotidiano. La 4a edizione del concorso (23 marzo 16 maggio 2021) col titolo “Torneremo a viaggiare: il lavoro nel turismo fra tradizione e nuove forme di ospitalità” ingaggia i fotografi sul tema il turismo, le attività consuete di accoglienza e le imprese innovative, dal turismo d’arte a quello green a tutte le offerte anticonformiste di viaggio ed ospitalità. Al centro del concorso un settore che, per completezza e varietà di proposte, definisce la nostra identità culturale e che è tenuto vivo da milioni di lavoratori e migliaia di imprese messe in grave crisi dall’emergenza pandemica. Allo sguardo di fotografi professionisti e amatoriali si chiede una testimonianza del lavoro nel turismo, che non escluda una visione di quel che non vorrebbero andasse perso del nostro modo di ospitare ed accogliere, o una suggestione critica o ironica, ma che comunque concentri l’attenzione sul capitale umano essenziale alla immensa risorsa produttiva del nostro Paese che è il turismo.
Le foto selezionate nei concorsi vengono di consueto esposte a I Granai di Villa Mimbelli di Livorno che anche nel 2021 ospiteranno dal 20 giugno al 5 settembre la mostra “Torneremo a viaggiare: il lavoro nel turismo fra tradizione e nuove forme di ospitalità”. Eccezione hanno fatto le immagini migliori del concorso 2020 che, in piena emergenza pandemica, hanno costituito uno speciale allestimento all’aperto, nel cuore di Livorno (piazza del Luogo Pio quartiere La Venezia). Le fotografie frutto del secondo concorso sono state esposte anche nella galleria-libreria Tour di Babel, nel cuore del quartiere Marais di Parigi.

Mostre di grandi fotografi

A cadenza annuale la Fondazione Laviosa dedica una mostra fotografica ad un protagonista della scena culturale internazionale.
Prima ospite è stata Letizia Battaglia, una delle più acute e straordinarie testimoni del nostro tempo, che nel 2019 ha esposto a I Granai di Villa Mimbelli 50 immagini che la raccontavano a tutto tondo.
Il prossimo importante evento espositivo, in un primo tempo programmato per il 2020 e rimandato a fine settembre 2021 a causa del manifestarsi ed estendersi del Covid, è “Life’s a beach”, mostra dedicata al grande fotografo inglese Martin Parr e realizzata in collaborazione con la celebre agenzia Magnum di Parigi.

Percorsi didattici

Un iter formativo inteso ad avvicinare i giovani ad una seria indagine giornalistica ed a favorire consapevolezza e conoscenza del mondo del lavoro attraverso la fotografia. Il primo laboratorio didattico e produttivo ha avuto come tutor uno dei più apprezzati fotoreporter italiani, Ivo Saglietti, tre volte insignito del World Press Photo Award.
Il percorso formativo si è concluso con la mostra “Volontariato” (a I Granai di Villa Mimbelli 7/12/2019 – 5/1/2020)

Formazione di giovani talenti

La Fondazione Carlo Laviosa ha avuto il piacere di ospitare Letizia Battaglia per il workshop “Paesaggi, passioni e contaminazioni”. Dal lavoro con la celebre fotografa siciliana provengono le immagini con cui è stato realizzato nel 2021 il progetto “Laviosa Win Wall”.
Alle tre intense giornate di formazione con Letizia Battaglia si aggiungono gli incontri con Marco Barsanti dedicati allo studio dei programmi di fotoritocco “Lightroom” e “Photoshop”.


La Fondazione Carlo Laviosa ha nel Comune di Livorno un partner convinto che mette competenze, spazi e risorse a disposizione delle sue proposte; grazie all’apprezzamento dell’Amministrazione Comunale ogni attività espositiva della Fondazione (concorsi e mostre) viene ospitata presso i Granai di Villa Mimbelli o in altri luoghi prestigiosi della città e l’attivazione di percorsi didattici e workshop fotografici avviene di norma presso la Biblioteca della Villa stessa.

Ogni iniziativa della Fondazione viene corredata dalla pubblicazione di cataloghi di qualità, curati nel contenuto e nella forma grafica a costituire una piccola produzione editoriale di pregio.

A sottolineare l’importanza che la Fondazione Carlo Laviosa attribuisce alla comunicazione dei propri valori, è impegnata ad alimentare con reportage, documenti ed informazioni la ricca sezione culturale di Laviosa informa, periodico quadrimestrale on line, e ne cura la pubblicazione in raccolta annuale, selezionata e numerata.

Il legame tra la Fondazione Laviosa e mondo della cultura, di ricerca, studio e formazione, si evince anche dall’attività di sostegno e promozione della Biblioteca Selene Sarteschi, straordinaria raccolta privata di oltre 2800 volumi di letteratura italiana, con una ricchissima sezione dedicata a Dante e ai Trecentisti. Proprio in occasione del 700mo anniversario della morte del grande poeta, la Biblioteca verrà aperta al pubblico e da quest’anno studiosi e ricercatori potranno attingere da questa rara fonte materiali di approfondimento e formazione culturale.

Ed infine, quasi a rimarcare il suo legame e la sua profonda partecipazione alla vita di Livorno, a tutto ciò che valorizza le energie locali, la Fondazione Laviosa sostiene e promuove il Corriprimavera, storico evento sportivo di risonanza nazionale.

Questa la breve scheda sulla Fondazione Carlo Laviosa, chi siamo, le nostre idee e le proposte che ci auguriamo contribuiscano a sollecitare l’interesse, la curiosità e la partecipazione di un numero sempre più vasto di persone. Perché solo un pubblico informato e attento potrà determinare una nuova stagione per la cultura, la società e l’impresa nel nostro Paese. È questo il grande sogno in cui respirano le nostre iniziative.

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Galleria Fotografica

Torneremo a viaggiare: il lavoro nel turismo fra tradizione e nuove forme di ospitalità – 4° concorso “Fotografia e mondo del lavoro”

di Simona Manfredini

C’era una volta il turismo. Vengono subito alla mente i Grand Hotel delle località rinomate, con signore in lungo e camerieri in livrea, o la crociera di lusso nel Mediterraneo; ma anche i piccoli alberghi con vista panoramica e cucina casalinga, la pensioncina che si prenota da un anno all’altro, dove si sta come a…

C’era una volta il turismo.

Vengono subito alla mente i Grand Hotel delle località rinomate, con signore in lungo e camerieri in livrea, o la crociera di lusso nel Mediterraneo; ma anche i piccoli alberghi con vista panoramica e cucina casalinga, la pensioncina che si prenota da un anno all’altro, dove si sta come a casa, o “stessa spiaggia stesso mare”.
Ma il turismo, che a lungo è stato questo, è cambiato insieme alla società, assecondando e talvolta anticipando le esigenze
di un pubblico sempre più vasto e curioso, dando vita a nuove e coinvolgenti esperienze: turismo avventura, resort a tema, turismo green e new age, campeggi con giochi di ruolo, fino alla sharing economy che ha prodotto, proprio in questo settore, alcuni dei fenomeni più vistosi degli ultimi tempi. Ecco dunque, da condividere, il loft a Milano, l’appartamentino a Mondello o, addirittura, il venti metri con cabina armatoriale ancorato all’Argentario.

Per ciascuna di queste situazioni schiere di persone che le hanno pensate, animate, mantenute in vita, rinnovate, difese, amate. Camerieri, addetti alle pulizie, direttori, cuochi, famiglie accoglienti; tutti quelli che, anche con una stanzina a disposizione, si sono inventati host e diventati a loro volta guest (per fortuna l’inglese ha due parole diverse per chi ospita e chi viene ospitato); gli animatori dei villaggi e i tour operator, i fornitori, i designer, e chissà quanti altri ancora. Poi c’è stata l’ultima puntata, cupa. Protagonista un virus maledetto che in un attimo ha cancellato il turismo, frustrato le aspirazioni delle persone, messo in ginocchio gli operatori, costretto il paesaggio entro nuovi confini.
C’era una volta il turismo e stop.
Ci sarà ancora? Sì, senz’altro; è difficile fermare, per fortuna, la curiosità delle persone, la voglia di conoscere, di stupirsi o semplicemente di riposare dopo un anno di fatiche. Come sarà si può provare a immaginarlo. Forse un turismo di prossimità, almeno per un certo periodo; sicuramente attento all’ecologia, perché ormai pare che l’abbiamo capito, se vogliamo salvare noi stessi, anche dalle pandemie, dobbiamo pensare di salvare l’ambiente.
Chiediamo allora allo sguardo dei fotografi di descrivere tutto questo, cogliendone gli aspetti sentimentali, ma anche critici, ironici o grotteschi. O prefigurando, con la suggestione e la potenza dell’immagine, quello che potrà essere.
Affinché l’arte ci aiuti a capire quello che sfugge alla conoscenza razionale, e ci accompagni e ci sostenga lungo un cammino difficile.

Indicazioni sul concorso 2021

Raccomandazione FIAF n°2021M01
La 4a edizione del concorso “Fotografia e mondo del lavoro” è realizzata dalla Fondazione Carlo Laviosa in collaborazione con il Comune di Livorno e con il supporto promozionale del Fotoclub Nove, circolo affiliato FIAF 2283.

Per partecipare. Il concorso si rivolge a fotografi professionisti e amatoriali che abbiano compiuto il 18° anno di età e prenderà in considerazione sia immagini singole (ogni partecipante può inviare max 3 foto) che un progetto narrativo, ovvero un racconto per immagini costituito da un minimo di 4 ed un massimo di 8 foto.

Per iscriversi é necessario connettersi al sito https://fondazionelaviosa.com, cliccare su “Torneremo a viaggiare” (su home page o alla pagina Cosa facciamo/concorsi) e compilare il modulo di partecipazione in tutte le sue parti, inviando le foto all’indirizzo email concorso2021@laviosa.com. L’iscrizione ha un costo di 30 euro (25 euro per i soci FIAF)

La giuria. Per questa edizione è prevista una giuria di altissimo livello che vede come presidente Letizia Battaglia, fotografa di fama internazionale e cittadina onoraria di Livorno; Federica Berzioli, direttore de Il Fotografo; Giacomo Bretzel, fotografo professionista; Maddalena Fossati, direttore di Condè Nast Traveller; Giovanni Laviosa, presidente della Fondazione Carlo Laviosa; Simone Lenzi, assessore alla cultura del Comune di Livorno; Angelo Loy, regista documentarista e presidente della Fondazione Giuseppe Loy; Carlo Lucarelli, AFI EFI EFIAP, delegato regionale FIAF per la Toscana. La giuria è coordinata da Simona Manfredini (Fondazione Carlo Laviosa) e Alessandro Paron (TST Art Gallery).

I premi. Sono previsti premi in denaro: 1° premio assoluto (singola immagine o racconto fotografico) € 4.000; 2° premio sezione immagine singola: € 2.500; 2° premio sezione racconto fotografico: € 2.500; 3° premio sezione immagine singola: € 1.000; 3° premio sezione racconto fotografico: € 1.000.

Scadenza.
Il concorso scadrà alla mezzanotte del 16 maggio p.v.
Mostra finale. “Torneremo a viaggiare: il lavoro nel turismo fra tradizione e nuove forme di ospitalità” si concluderà con una mostra organizzata ai Granai di Villa Mimbelli di Livorno dal 20 giugno al 5 settembre 2021; nel giorno dell’inaugurazione della mostra si svolgerà anche la premiazione dei vincitori.

 

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Documenta 30

di Associazione Culturale Effetto Collaterale

In occasione del trentesimo anniversario della strage del traghetto Moby Prince, avvenuta nel porto di Livorno il 10 aprile 1991, l’associazione culturale Effetto Collaterale ha lanciato “Documenta 30”, iniziativa diffusa e partecipata dedicata alla memoria della strage e delle sue 140 vittime che vede il sostegno di un’importante rete di enti: Avis Livorno, Coordinamento #IoSono141,…

In occasione del trentesimo anniversario della strage del traghetto Moby Prince, avvenuta nel porto di Livorno il 10 aprile 1991, l’associazione culturale Effetto Collaterale ha lanciato “Documenta 30”, iniziativa diffusa e partecipata dedicata alla memoria della strage e delle sue 140 vittime che vede il sostegno di un’importante rete di enti: Avis Livorno, Coordinamento #IoSono141, Ctt Nord, Fondazione Carlo Laviosa, Libreria Mondadori, Mercato Ortofrutticolo, Unicoop Tirreno, e il patrocinio di Comune e Provincia di Livorno.

Documenta 30

La manifestazione, a causa delle restrizioni anti Covid, si è articolata tra aprile e maggio in più azioni culturali e installative. La prima è stata “140×140”, una call di arte pubblica e partecipata per tenere viva la memoria delle 140 vittime del Moby Prince. La call, promossa dall’associazione Effetto Collaterale e il collettivo artistico livornese Uovo alla Pop, ha riscosso un grande successo con oltre 100 adesioni, tra cittadini e associazioni. Grazie ad un piccolo kit di istruzioni, i partecipanti hanno realizzato con le proprie mani un manifesto artistico con il nome e l’età di una delle 140 persone che hanno perso la vita quella notte. I 140 manifesti sono stati quindi affissi in città dal 9 al 18 aprile, in ricordo delle 140 vittime della strage.

Siamo davvero felici della grandissima adesione che ha registrato l’iniziativa 140×140, la prima call di arte pubblica a Livorno. In pochi giorni – sottolinea Francesca Talozzi dell’associazione Effetto Collaterale che con Uovo alla Pop ha ideato l’iniziativa – attraverso un semplice passaparola tantissimi cittadini hanno risposto alla call facendo proprio il messaggio della campagna: prendersi cura di un nome e dunque della memoria di una delle 140 vittime. Grazie ad un atto creativo e ad un gesto di responsabilità di tanti cittadini, la memoria della strage del Moby Prince si è fatta più intima e allo stesso tempo più radicata e profonda. All’iniziativa hanno partecipato anche alcuni familiari delle vittime che ci hanno rivolto un commosso ringraziamento. Ma siamo noi a ringraziarli di cuore per la loro partecipazione all’iniziativa e per la forza che dimostrano da ormai trent’anni in questa battaglia per la verità e la giustizia”.

A maggio, invece, in quattro diversi spazi della città saranno organizzate una serie di installazioni fotografiche e audiovisive e poi laboratori, letture e mostre sulla storia e la memoria della strage. Tra queste la proiezione di video interviste a cittadini che raccontano i loro ricordi della strage e poi la mostra del fondo fotografico dell’associazione 140 con immagini della strage realizzate dal fotografo Novi e altri. Infine all’ex Magazzino Ebraico (Scali della Fortezza Nuova) la mostra installativa dedicata agli oggetti delle vittime del Moby Prince rinvenuti dopo il rogo e consegnati nel gennaio 2020 dalla Polizia di frontiera marittima al presidente dell’associazione 140, Loris Rispoli.
In occasione dell’installazione l’associazione Effetto Collaterale realizzerà un catalogo con le foto degli oggetti appartenuti alle 140 vittime del Moby Prince. Le foto, scattate dal giovane fotografo livornese Attilio Zavatta, sono essenziali eppure dense di significato.

Con un atto di responsabilità e memoria – spiega Francesca Talozzi – attraverso le foto di quegli oggetti semplici e comuni, abbiamo voluto documentare ciò che resta della strage, lasciando a chi le guarda il racconto, la storia di ciascuno oggetto. Una storia intima eppure collettiva. Una storia che ci riguarda tutti”.

L’associazione Effetto Collaterale lavora dal 2012 sulla memoria della strage del Moby Prince attraverso il linguaggio teatrale, performativo e installativo coinvolgendo in prima persona i cittadini nel loro ruolo di “attivisti della memoria”. L’idea di Documenta nasce nel 2019, con la prima installazione in Fortezza Nuova.

Documenta 30 – spiega Francesca Talozzi – è una chiamata alla memoria che, attraverso l’arte e la cultura, abbiamo rivolto a tutti i cittadini in occasione del trentesimo anniversario della strage. Una chiamata alla memoria per non dimenticare ciò che è accaduto trent’anni fa a pochi metri dal porto di Livorno, per continuare a chiedere verità e giustizia su quella che è stata la più grande tragedia della marineria italiana. Quest’anno – continua Talozzi – Documenta ha compiuto un salto in avanti diventando un progetto di rete che coinvolge, oltre ai cittadini, anche molte associazioni, centri culturali, enti e istituzioni della città (n.d.r. fra di esse la Fondazione Carlo Laviosa). La loro adesione al progetto è stata forte e appassionata, un segno di quanto la memoria della strage sia ormai patrimonio di tutti e non un mero ‘fatto privato’ che riguarda solo i familiari delle vittime che da trent’anni combattono per avere giustizia”.


effettocollaterale2021.wordpress.com

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Olio e olivi

di Antonella Alboni

Sono circa ottocento gli olivi della fattoria Laviosa e la grazia di questi antichi alberi sarebbe sufficiente a garantire loro un posto d’onore su questa pianeta. Ma le leggi dell’evoluzione sono, a volte, generose e hanno donato all’albero dell’orto di Getsemani degli incredibili frutti, il cui olio segue quotidianamente i nostri momenti a tavola e…

Sono circa ottocento gli olivi della fattoria Laviosa e la grazia di questi antichi alberi sarebbe sufficiente a garantire loro un posto d’onore su questa pianeta. Ma le leggi dell’evoluzione sono, a volte, generose e hanno donato all’albero dell’orto di Getsemani degli incredibili frutti, il cui olio segue quotidianamente i nostri momenti a tavola e accompagna la cucina italiana in tutte le sue molteplici espressioni.
La metà di questi ottocento olivi, i più vecchi, hanno circa cent’anni: sono perciò piante relativamente giovani in quanto l’olivo può raggiungere età considerevoli. In Italia e nell’area mediterranea hanno censito diverse piante vecchie di millenni e ancora fruttifere.
Fu Carlo Laviosa, nonno di Giovanni, nostro attuale presidente, a rimettere in ordine l’oliveto nella sua proprietà sulle colline pisane all’acquisto della tenuta, nel 1952. Da allora la famiglia Laviosa ha sempre prodotto olio, in parte per uso famigliare e in parte destinato alla vendita.
Ogni olivo produce poco più di un litro di olio, fino ad arrivare ad un litro e mezzo per pianta, lasciando i margini per una commercializzazione di nicchia di questo prodotto per cui si seguono ancora metodi antichi di frangitura.

Anche per il confezionamento la famiglia Laviosa ha mostrato un rigoroso rispetto della natura. Tutti i cartoni usati provengono da materiali riciclati, con un occhio particolare alla robustezza che li rende idonei ad essere spedite senza necessità di ulteriori protezioni.
Le scatole non presentano etichette o stampe e possono, perciò, essere riutilizzate.
All’interno troviamo una elegante bottiglia di vetro spesso e scuro, come dovrebbero essere i contenitori dell’olio al fine di schermarlo dalla luce, che ne altera il colore e il gusto.
La cura di ogni particolare sottolinea la sensibilità nei confronti di un prodotto millenario e il rispetto verso la natura benigna di queste terre e verso le tradizioni contadine che hanno reso possibile all’olio italiano e in particolare toscano di essere il più apprezzato fra tutte le produzioni del Mediterraneo.
Un prodotto prestigioso quindi, che ha uno stretto legame con la terra che lo ospita, dando vita a paesaggi che contraddistinguono il nostro territorio.
Ogni olivo ci racconta una storia e ogni mano che se ne prende cura tramanderà questa storia.
La famiglia Laviosa si è fatta carico di consegnare l’oliveto alle generazioni future, raccogliendo non solo olive ma infiniti racconti.

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Il paziente viaggio dell’olivo

Scrivendo sugli olivi di Fauglia, la mia curiosità mi ha spinto in un viaggio virtuale sull’olivo nel bacino del Mediterraneo in cui fa la sua comparsa addirittura seimila anni fa.
Tucidide afferma, ben nel V secolo a.C., che i popoli del Mediterraneo uscirono dalla barbarie quando cominciarono a coltivare l’olivo e la vite.

Nel mondo greco sembra che la dea Atena abbia fatto apparire sull’Acropoli il primo olivo, durante una contesa con Poseidone per il predominio sulla città. Zeus decretò che fosse un dono molto utile agli ateniesi e tutti gli olivi discendenti da quel primo albero furono considerati sacri. (con conseguente pena di morte a chi avesse avuto la sventurata idea di abbatterne uno).
I greci devono quindi ringraziare Atena se a loro fu concesso di estendere la coltivazione dell’olivo ove fu possibile.
Da Creta l’olio fu esportato in Egitto, dove veniva utilizzato per la cosmesi oltre che per l’alimentazione. Proprio a Creta troviamo uno degli olivi più vecchi del mondo, la cui età si aggira fra i duemila e i quattromila anni. La scienza non riesce ad essere più precisa e ovviamente gli olivi non apprezzano far sapere la loro età esatta, rendendo difficili gli accertamenti. Ci basti comunque sapere che gli studiosi cretesi considerano l’olivo vecchio di quattromila anni (potrebbe essere diversamente?) e che la pianta in questione è bellissima e ancora fruttifera.

A proposito di olivi greci, sapevate che Ulisse utilizzò proprio una trave di olivo per accecare il ciclope? E immagino ricordiate che il letto di Ulisse era costruito da lui stesso all’interno di un olivo. Naturalmente gli olivi arrivarono anche da noi e fu col dominio di Roma nel Mediterraneo che assistiamo alla piena diffusione delle coltivazioni, dalle coste nordafricane fino alle colonne d’Ercole. Anche in Puglia troviamo diversi olivi millenari, a Borgagne e a Vernole, entrambi in provincia di Lecce e la regione Puglia ha chiesto che i loro oliveti diventino patrimonio dell’Unesco.
Nel Lazio, a Palombara Sabina, possiamo ammirare un olivo di ben tremila anni mentre l’olivo di Luras, in Gallura, avrebbe ben quattromila anni, In questo caso si tratta di un olivo selvatico, o meglio, di un olivastro. È un esemplare di dimensioni davvero imponenti: otto metri di altezza per dodici metri di circonferenza. Secondo le antiche leggende narrate dagli abitanti di Santo Baltolu di Carana, l’ulivo era considerato un rifugio per gli spiriti maligni.
Passando dal profano al sacro, nel Vecchio Testamento, quando si racconta del diluvio universale, troviamo una colomba che rientra all’arca di Noè tenendo nel becco una foglia fresca di ulivo e da qui divenne un simbolo di pace, tuttora presente nella Liturgia della Domenica delle Palme.
Nell’antichità l’olivo viene considerato un albero immortale, credenza probabilmente dovuta alla straordinaria capacità di questa pianta di riprodursi, una volta morta la pianta madre, nascendo dal colletto alla base del vecchio tronco.
Di sicuro l’olivo conserva tutto il fascino delle vecchie signore che sono state spettatrici, nella loro lunga vita, di ogni tipo di avventura e disavventura, in tempi di guerra e di pace.
Non potevano mancare i grandi viaggi nel nuovo mondo. Furono i coloni spagnoli ad esportare l’olivo, prima a Cuba, intorno al 1520, poi in California.
Nelle Americhe australi l’olivo fu portato prima in Cile poi in Argentina, sempre ad opera degli spagnoli.
A metà del 1600 gli olandesi piantarono gli olivi in Sudafrica e all’inizio del XIX secolo arrivò anche nell’Australia meridionale, dove trovò un ambiente favorevole alla diffusione naturale degli olivastri (olivi selvatici), andando a ricoprire intere macchie del territorio.

Per chiudere il grande viaggio dell’olivo non poteva mancare la Cina. Fu lo stesso Mao Tze Tung, durante una visita in Albania, a notare la capacità di questa pianta di crescere su pendii disagiati, aridi e pietrosi.
Il popolo albanese fece dono alla Cina di un migliaio di piante di olivo che furono messe a dimora nella provincia di Xi Chiang, dove ancora vengono coltivate e producono frutti.
Come stupirsi se attorno a questa pianta vetusta siano fiorite leggende di ogni tipo e mi auguro che continuino a proliferare e noi saremo pronti ad accoglierle, riservando loro il posto che meritano nell’infinito mondo dell’immaginazione.
Per questo breve e non esaustivo excursus sull’olivo mi sono documentata qua e là su internet e segnalo, a chi volesse approfondire l’argomento, gli archivi dell’Accademia dei Georgofili in cui è presente una vasta documentazione piena di note gradevoli anche per i non addetti ai lavori.

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Rubrica IMPAVIDE LIVORNESI
Conoscerle per costruire un mondo migliore

Questa rubrica nasce dalla curiosità per donne che oggi come nel passato hanno lasciato un segno, spesso misconosciuto, nella vita di Livorno; perché dalle loro storie nasca una nuova Storia, perché sulle loro tracce si possa costruire un percorso nuovo, un nuovo modo di essere nel mondo del lavoro, nella cultura e nella società.
di Jenny Del Chiocca

Questa rubrica nasce dalla curiosità per donne che oggi come nel passato hanno lasciato un segno, spesso misconosciuto, nella vita di Livorno; perché dalle loro storie nasca una nuova Storia, perché sulle loro tracce si possa costruire un percorso nuovo, un nuovo modo di essere nel mondo del lavoro, nella cultura e nella società.
di Jenny Del Chiocca

Angelica Palli Bartolomei

Una figura femminile ottocentesca tra Risorgimento e modernità

‘Questa sera c’è stata una bella adunanza in casa Vieusseux per festeggiare la donzella Palli di Livorno, figlia di padre greco epirota, ricco negoziante. Questa fanciulla ha un ingegno singolare, inclinato soprattutto alla poesia: ha spirito, amabilità, non è bella ma ha una sua fisionomia vivacissima, assai scolpita, tutta greca. Occhi e capelli nerissimi, bel personale. Essa improvvisò due volte: una scena fra Ippolito e Fedra in versi sciolti italiani e – una cosa che ha del mirabile – una scena fra Didone ed Enea in versi alessandrini ritmati. Fra gli ospiti della serata c’era anche il celebre stampatore e libraio francese Firmin Didot’.

Angelica Palli BartolommeiCosì Mario Pieri, uno dei partecipanti alla serata fiorentina del 3 maggio del 1824, ci regala un breve ma incisivo sguardo su Angelica Palli che la rende ai nostri occhi contemporanei una donna ben più interessante di quella che la immortala in un grazioso ritratto dove il volto si atteggia a quelli che sono i canoni della ritrattistica nell’emergente borghesia commerciale in cui nasce a Livorno il 22 novembre 1798. Angelica è la prima donna a venire invitata nel prestigioso salotto di Vieusseux dove la misoginia del tempo aveva come regola, non scritta ma fedelmente applicata, di aprirsi solo a uomini di bello spirito e alto pensiero; eppure la vediamo spigliata suscitare l’attenzione di un parterre maschile non certo clemente verso le velleità intellettuali femminili.
Dovremmo sorprenderci ma gettando uno sguardo sulla sua felice adolescenza a Livorno, dove la famiglia Pallis si era stabilita proveniente dalla Grecia dando vita ad una fiorente attività commerciale, la nostra sorpresa svanisce di fronte all’educazione attenta e aperta che le venne impartita, ben lontana da quella così tipicamente femminile per le fanciulle della sua condizione destinate ad essere buone mogli e madri.
Invece Panajotti Palli, fedele al modello cosmopolita, volle per la figlia una solida cultura classica a cui si accompagnava un attento studio delle lingue e dunque ben lontana da un insegnamento di genere; se a ciò si aggiunge il grande coinvolgimento politico della famiglia nei moti per l’indipendenza della Grecia dall’impero ottomano, aprendo le porte del loro palazzo ai patrioti greci, il risultato è che Angelica si pone a tutto tondo tra quelle figure femminili risorgimentali che con tenacia si ritagliarono un ruolo ben preciso nella complicata storia del tempo, rifuggendo da uno stereotipo che appariva loro più stretto dei corsetti indossati sotto le crinoline.
E perciò non ci sorprende neppure la scelta sentimentale compiuta quando si innamorerà di Gian Paolo Bartolomei di ben dodici anni più giovane, appartenente ad una ricchissima famiglia còrsa anch’essa stabilitasi a Livorno e tra le più prominenti della città. Fortemente osteggiati dai genitori di lui, anche per la differente fede religiosa, fuggirono in un rocambolesco viaggio verso il Sud, descritto in alcuni scorci pittoreschi nelle lettere affettuose che Angelica invia al suo ‘caro pappà’ per tranquillizzarlo sulle loro sorti, giungendo infine a Corfù dove, ottenuta la dispensa papale, si uniranno in matrimonio e nascerà il figlio Lucianino.
Il ritorno a Livorno segna l’inizio del periodo che la vedrà autentica ed indiscussa protagonista della vita culturale, politica e sociale sia toscana che nazionale nel magnifico palazzo Bartolomei sugli Scali del Pesce, purtroppo demolito dopo la II guerra mondiale; sarà questo un luogo d’incontro dei più ferventi mazziniani, frequentato da Domenico Guerrazzi e poi tra gli altri dal Lamartine, Niccolini, Manzoni – che nel 1827 in alcuni versi dedicati la definì ‘ Prole eletta del ciel, Saffo novella’  – e da molte altre figure di spicco dell’epoca tra cui il famosissimo egittologo Champollion con cui Angelica terrà una stretta corrispondenza.
Le ormai famose serate in Venezia, offerte con slancio e senza alcun sotterfugio, davano assai nell’occhio e infatti diversi rapporti riservati della polizia dell’epoca li menzionano come sospetti e da tenere sotto stretta osservazione. Per noi oggi ulteriore riprova del fortissimo affiatamento tra Angelica e Giampaolo uniti, oltre che dal profondo sentimento reciproco, dalla fiducia nell’emancipazione dei popoli e dal desiderio di esserne attivi protagonisti e in che in questo progetto comune investirono, oltre alla loro passione, ingenti somme del loro patrimonio.

La straordinaria tempra di donna si rivelerà ancor di più quando raggiungerà sul campo il marito partito nel 1848 con un battaglione di livornesi organizzato a proprie spese e purtroppo presto disperso.
Giampaolo scomparve nel 1854 lasciandola con un capitale ormai dissanguato; Angelica Palli si trasferì perciò a Torino dove nella casa di Contrada della Zecca, oltre a ricevere esuli ed intellettuali, riprese la sua attività letteraria collaborando tra l’altro con il giornale ‘L’Euterpe’ pubblicato a Livorno, dove nel 1858 decise di tornare.
Un ritorno mesto e ben lontano dai fasti di un tempo.
Mentre con grande dignità si vide costretta a guadagnarsi la vita dando lezioni private, lo spirito indomabile – tratto ineludibile del suo carattere – trovò ancora una volta la chiave di volta per dare un senso ai propri giorni nell’impegno politico. Così nel 1859 Angelica fonda e dirige il periodico ‘Il Romito’ in cui, oltre alla critica letteraria, di nuovo si affacciano contenuti politici vicini al pensiero di Cavour, mentre è del 1861 la richiesta di poter fondare una scuola femminile ispirata alla pedagogia del mutuo insegnamento di Enrico Mayer con cui condivideva l’appartenenza all’Accademia Labronica.
A due anni dalla sua morte, avvenuta il 6 marzo 1875, venne data alle stampe una commemorazione della sua figura ad opera di Francesco Domenico Falcucci in cui è ricordata come

‘la donna più illustre che abbia avuto Livorno….in cui l’ingegno non iscompagnavasi dai pregi dell’animo, e l’uno e gli altri in bella armonia temprandosi le diedero un vigore maraviglioso’.

Angelica Palli, come appare moderna ai nostri occhi che posseggono gli strumenti per valutare quanto sia stato e sia tuttora frammentato e difficile il percorso della figura femminile nella società civile.
In lei in nuce traspaiono quelli che oggi sono i compiuti capisaldi dell’intellettuale a tutto tondo: versatile, vitale, integerrima, appassionata e fedele ai principi di libertà che ne hanno ispirato la vita intera.


Oltre che nella città labronica la figura di Angelica Palli è celebrata anche nel piccolo ma fascinoso paese di Fauglia dove ancora oggi sulla facciata del semplice palazzo situato in Corso della Repubblica al nr. 47 una lapide apposta nel 1892, a diciassette anni dalla sua scomparsa, la ricorda come ‘letterata e poetessa che meritò lode dai più grandi ingegni del suo tempo’.
Si tratta del luogo dove la Palli, al suo ritorno in Toscana dopo la difficile stagione torinese, soleva soggiornare nel corso dell’estate alla ricerca della quiete dove poter coltivare le proprie passioni letterarie, politiche e lo studio dei problemi dell’educazione femminile a cui dedicò gran parte delle energie negli ultimi anni della vita.

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Fondazione Laviosa