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Concorso 2019

Fotografia e mondo del lavoro 2° edzione 2019

Manifesto Fotografia e mondo del lavoro 2° edizioneGiunti alla seconda edizione del concorso “Fotografia e mondo del lavoro” promosso dalla Fondazione Carlo Laviosa è doveroso rispondere alla domanda: “Perché un concorso?”. Viviamo immersi nelle immagini: televisione, cinema, pubblicità, video games, magazines, quotidiani, informazioni scientifiche, arredano la nostra quotidianità, ci rivolgono inviti, cercano di informarci, di conquistarci e da qualche decennio a questa parte ci fanno sentire protagonisti. Possiamo interagire con un film o addirittura creare il nostro, navigare nel flusso infinito della rete tra immagini da condividere o da evitare, tra immagini confortanti e immagini trappola. Protagonista di questo flusso è la fotografia. Anche quando si tratta di immagini in movimento, il fermo fotogramma e l’avanzamento lento azionabili dal radio comando permettono di scomporre il tempo e isolarlo in singoli fotogrammi, un tempo analogici, oggi per lo più digitali. Ma se non si è addetti ai lavori raramente ci soffermiamo sul fermo fotogramma, normalmente provocato da una necessità di pausa che ci porta altrove piuttosto che da una volontà di analisi iconica. Dedicare energie ed impegno ad una mostra  e ad una pubblicazione fotografica significa credere nella possibilità di riappropriarsi del tempo, tempo delle lancette e tempo della riflessione, tempo esistenziale. Non più investiti da un flusso che ci deforma come i volti di una nota pubblicità di caramelle alla menta, posiamo lo sguardo su un’immagine, la contemplazione si allinea ai battiti cardiaci, il nostro percorso esistenziale e culturale viene invitato alla lettura proposta da un linguaggio tanto importante quanto pericoloso se da fruitori si diviene “fruiti”.  Se all’origine di una mostra c’è un concorso con un tema da rispettare, analizzare, approfondire, lo spettatore si troverà di fronte ad immagini provenienti da un progetto risultante da ricerca, attenzione e comprensione di quanto racchiuso nei margini di un’inquadratura. Ci troviamo sempre più spesso a scattare/guardare senza vedere; promuovere un concorso ed una mostra ed un libro vuole essere un piccolo contributo allo sguardo ritrovato, emozionale, intellettuale e non solo enumerativo.

Abbiamo voluto indirizzare lo sguardo fotografico verso il mondo del lavoro convinti che nel lavoro risiedano la dignità dell’uomo, il suo senso di appartenenza ad un contesto sociale, la sua libertà. Il lavoro come pilastro fondamentale di una qualsiasi società democratica. Il tema proposto quest’anno, “Come l’industria interagisce con il paesaggio e la vita sociale” ha inteso stimolare riflessioni su una delle fonti precipue di impiego. L’atteggiamento nei confronti dell’industria è spesso contraddittorio: considerata alienante da molta letteratura rimane incredibile fonte di un progresso che coinvolge non solo coloro che vi sono impiegati ma l’intera comunità. Oggi un contesto sociale senza l’industria è inconcepibile, è da lì che provengono i beni primari del nostro vivere. Strade, quartieri, illuminazione, l’aria che si respira possono dipendere dall’industria ma anche le nostre abitudini alimentari e comportamentali. In Flash Dance, un film del 1983 che fece moda, la protagonista, interpretata da una giovane Jennifer Beals, lavora in una fabbrica e nel tempo che le rimane a disposizione si dà anima e corpo alla danza contemporanea. Il suo sogno è diventare una ballerina, ad aiutarla sarà proprio il suo datore di lavoro. Una delle tante versioni di Cenerentola estremamente interessante per le tendenze provocate, non solo le scuole di danza contemporanea ebbero un incremento di iscrizioni enorme ma l’abbigliamento delle aspiranti ballerine che vi si iscrivevano mutò radicalmente, non più i pizzi e le trasparenze dipinte da Degas ma scalda muscoli usurati, tute aderenti composte da elementi di diversa provenienza e per raggiungere le scuole (che ben presto trovarono sede in spazi extraurbani e capannoni industriali dismessi) abiti metropolitani worker’s style. Alla favola romantica dell’amore come viatico di un futuro felice si aggiungevano nuove tendenze, inclusi un atteggiamento femminile più aggressivo e più paritario con quello dei maschi e anche la possibilità, da non scartare dunque, che una donna potesse fare la saldatrice.

Il concorso promosso dalla Fondazione Carlo Laviosa ha inteso incoraggiare una lettura dell’industria in termini antropologici, un’indagine che facesse emergere quanto l’onda lunga del l’impiego nell’industria si rifletta  nelle infinite sfaccettature del vivere. Il tema ha permesso un lavoro fotografico estremamente articolato. La struttura industriale è stata rappresentata come Moloch fagocitante o come monumento della contemporaneità, nitido, elegante, quasi incastonato nella natura. Industria che ci minaccia, industria che fa da sfondo alla rappresentazione di un’umanità tenacemente, talvolta ottusamente, alla ricerca del piacere, industria che evoca un passato recente di probabile benessere che ha lasciato solo tracce ammantate di nostalgia. Sarebbe stato interessante avere anche racconti/portfolio che riguardano il modo di vivere l’industria, che entrano nel corpo dell’edificio per scandagliarne i meccanismi, i molteplici ruoli che l’uomo al suo interno recita. Importante sarebbe stato anche avere storie di recuperi dell’edilizia industriale, della conversione degli spazi dismessi in nuovi centri di aggregazione capaci di creare lavoro altro e occasioni di socializzazione. Argomento, quest’ultimo, che potrebbe essere il tema di un futuro concorso.

Fotografia e industria sono strettamente connesse sin dall’apparizione del primo strumento atto a registrare la realtà, sin dal 1839, anno in cui compaiono i dagherrotipi. Dalle prime fotocamere utilizzate su treppiedi alla ricerca, in tempi lunghi, di nitidezza, siamo passati alle moderne ed agili attrezzature che, prodotte dall’industria, hanno permesso di entrare nelle fabbriche, documentando in maniera più discreta  la realtà dei lavoratori, il rapporto tra uomo e macchina, gli stili di vita, le condizioni di sicurezza, la relazione tra sviluppo e produzione, tra denaro e lavoro, profitto e disoccupazione. L’industria producendo gli apparecchi fotografici ha in definitiva generato il narratore destinato a divenire il ghost-writer della propria autobiografia,  esaltandosi verso il grado zero dell’immagine, ovvero verso la quasi totale natura denotativa delle telecamere di controllo.

Gli equilibri tra lavoro e impiego umano stanno cambiando profondamente, il trasferimento del know-how alla macchina sta ridisegnando i rapporti di forza della polis, imponendoci una riflessione sull’utilizzo del tempo e sulla distribuzione del benessere. Pur nelle sue trasformazioni generate da ricerca e industria che hanno trasformato continuamente, nell’arco di quasi due secoli, le tecniche di stampa e di ripresa, la fotografia rimane espressione di un primitivo desiderio dell’uomo: raccontarsi, lasciare traccia di sé.

Colmata di Lorenzo Leone
Colmata di Lorenzo Leone

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Confini: Home for all

Nel numero precedente si è parlato della condizione dei rifugiati a Lesbo, a tal proposito rimandiamo agli articoli “Lesbo, propileo d’Europa” di Serafino Fasulo e “Viaggio verso l’attesa” di Elisabetta Porta. In entrambi gli articoli è stata sottolineata l’importanza del volontariato nei campi profughi e di come l’impegno volontario riguardi centinaia di persone provenienti da tutto il mondo, spesso organizzate da associazioni internazionali. Ma è importante sottolineare come molto del volontariato lo si deva anche a energie locali. Il reportage fotografico che proponiamo in questo numero è stato realizzato a Lesbo nell’estate del 2019. Racconta la straordinaria esperienza di una casa destinata all’accoglienza, riportiamo un estratto dall’articolo di Elisabetta Porta succitato.

[…] Ho conosciuto il centro Home for all, gestito da Nikos e Katerina sulla riva del mare, a Skala Sykountos. Ogni giorno con un paio di Vans i volontari si muovono dalla casa diretti a Moria con le borse piene di vaschette di alluminio a scomparti, amorevolmente riempite di cibo che preparano personalmente nella grande cucina della casa; sul retro dei coperchi scrivono con i pennarelli colorati “Love”, “We care”, disegnano cuori e fiori. Consegnano i pasti all’ingresso del campo e poi fanno salire a bordo alcuni rifugiati: la casa bianca sul mare li attende per una pausa di normalità. Per i bambini è il giorno dei giochi d’acqua e di varie e divertenti attività predisposte dai volontari; per le madri è l’occasione per godere di un po’ di relax, per stendere lo smalto sulle unghie o semplicemente conversare al fresco, davanti ad una fetta di cocomero. A sera Katerina apparecchia lunghi tavoli di fronte al mare e prenotando è possibile trattenersi per la cena con i rifugiati. […]

Da “Confini: Viaggio verso l’attesa”

di Elisabetta Porta

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Una rosa a Sarajevo

La guerra Serbo Bosniaca ha usato lo stupro di migliaia di donne Bosniache come arma per la pulizia etnica. Sono oltre 20.000 sopravvissute alla violenza sessuale a vedersi negare la giustizia a un quarto di secolo di distanza.

A denunciarlo sono i ricercatori di Amnesty International che hanno lavorato alla ricerca “Abbiamo bisogno di sostegno, non di pietà. L’ultima speranza di giustizia per le sopravvissute agli stupri di guerra” che dimostra le devastanti conseguenze fisiche e psicologiche di quei crimini e gli ingiustificabili ostacoli che le donne devono affrontare per ottenere il sostegno necessario e i risarcimenti legali cui hanno diritto.

Oltre due decenni dopo la guerra, decine di migliaia di donne in Bosnia stanno ancora rimettendo insieme i pezzi delle loro vite distrutte potendo contare ben poco sul sostegno medico, psicologico ed economico di cui hanno disperatamente bisogno“, ha dichiarato in una nota ufficiale Gauri van Gulik, vicedirettrice di Amnesty International per l’Europa.

Amela nel 1992, all’età di 18 anni, è stata rapita da alcuni soldati serbi. Suo padre e suo fratello sono stati uccisi e lei chiusa in una scuola, stuprata e picchiata per due mesi, dopo la liberazione ha subito un’ulteriore umiliazione: l’emarginazione per quello che le era successo. Lei era sopravvissuta ma ferita a morte nell’anima. Amela, con grande coraggio, è stata la prima donna bosniaca a denunciare i suoi tormentatori ed affrontare il processo dopo la fine della guerra, tuttavia le conseguenze psicologiche sono stati pesanti: ha dovuto fare cure con psicofarmaci, soffre di sbalzi d’umore e per molti anni non è stata in grado di stabilire legami emotivi con un uomo, ha vissuto a Sarajevo fino al 2018 con la madre e i suoi fratelli di cui si è occupata in questi anni perché la madre invece non è stata in grado di superare i traumi subiti durante la guerra. Da circa un anno Amela ha un fidanzato a cui è molto legata, finalmente ha la speranza di ricostruire la sua vita vicino ad un uomo che le vuole bene.

Secondo la Campagna delle Nazioni Unite contro la violenza sessuale in situazioni di conflitto, la stragrande maggioranza delle vittime delle guerre odierne si riscontrano tra i civili, per lo più donne e bambini. Particolarmente le donne possono essere esposte a gravi forme di violenza sessuale che sono messe in atto in modo sistematico allo scopo di ottenere obiettivi militari o politici.

Durante la Seconda Guerra Mondiale tutte le parti del conflitto furono accusate di aver commesso stupri di massa, tuttavia nessuno dei due tribunali istituiti a Tokyo e a Norimberga hanno riconosciuto il reato di violenza sessuale.
É stato solo nel 1992, a fronte dei diffusi stupri di donne nella ex Yugoslavia, che il tema è giunto all’attenzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il 18 dicembre 1992 il Consiglio ha dichiarato la “prigionia di massa, organizzata e sistematica, e lo stupro di donne, in particolare di donne musulmane, in Bosnia e in Erzegovina, un crimine internazionale che deve essere affrontato”. In seguito, lo Statuto del Tribunale Penale Internazionale per la ex Yugoslavia (ICTY, 1993) ha incluso lo stupro come crimine contro l’umanità, accanto ad altri crimini come la tortura e lo sterminio, qualora siano commessi durante un conflitto armato e siano diretti contro una popolazione di civili. Nel 2001, il Tribunale Penale Internazionale per la ex Yugoslavia è stato il primo tribunale internazionale a dichiarare la persona accusata colpevole di stupro come reato contro l’umanità.

Con una storica sentenza, a Settembre 2019, l’Onu ha ordinato alla Bosnia di risarcire una donna che fu rapita e violentata ripetutamente da un soldato durante la guerra negli anni Novanta. Un caso che farà da apripista ad un piano di compensazione attualmente in via di elaborazione su indicazione della Commissione contro la tortura delle Nazioni Unite.

di Eleonora Carlesi

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VOLONTARIATO: il lavoro con gli altri rende migliori

C’è una piena vitale che sprigiona da queste foto, c’è la pienezza della vita. E c’è la gioia, che per gli umani è sempre una gioia imperfetta, momentanea e fragile. Soprattutto c’è la commozione di esserci: la straordinaria fortuna che abbiamo noi di esserci in questo stesso attimo.
Una fortuna di cui ci dimentichiamo sempre, presi come siamo dall’idea che il meglio debba ancora venire, che quello che importa davvero accadrà solo domani.
E invece quasi sempre il meglio è già qui, accanto a noi. Questi corpi e questi volti ne sono davvero la più bella testimonianza, catturati finalmente nel gesto in cui reclamano il posto che loro spetta, al centro della scena.
Se allora esiste qualcosa nell’uomo, che per brevità possiamo chiamare anima, se esiste qualcosa che nello stesso istante in cui si arrende, pure resiste fino allo stremo, io credo che viva in queste fotografie.
Grazie di cuore,

Simone Lenzi

 

Quando condividere rende tutti miglioriNel giugno del 2018 la Fondazione Carlo Laviosa ha iniziato un percorso produttivo-didattico sul lavoro di volontariato nell’ambito del sociale. È stato formato un gruppo di sette fotografi che per quindici mesi hanno testimoniato il lavoro di volontariato svolto da associazioni che a Livorno si occupano di autismo, affido, disabilità, animali. Il percorso, supervisionato dal fotografo Ivo Saglietti durante quattro appuntamenti di due giorni ciascuno, ha permesso di selezionare i centotrentadue scatti contenuti in questo volume. Un’ulteriore selezione ha contribuito alla realizzazione di una mostra che si terrà nei locali de I Granai di Villa Mimbelli a Livorno, dal 7 dicembre 2019 al 5 gennaio 2020. Partner prezioso di questa iniziativa è il Comune di Livorno che ha messo a disposizioni spazi, competenze e risorse per la sua riuscita. Un ringraziamento particolare va ai protagonisti del progetto, senza i quali niente sarebbe stato possibile, ovvero le associazioni A.T.D.R.A, Amici della Zizzi, Felix, Ippoasi Onlus, Mayor Von Frinzius, P.A.V, Parco del Mulino, Progetto Filippide Livorno e ai fotografi che con impegno, empatia e competenza si sono messi a disposizione di un percorso per il quale, oltre alle abilità legate al mestiere, occorrono qualità umane e soprattutto la ferma convinzione che dall’interazione con gli altri possa nascere un mondo migliore. Meritano di essere menzionati uno per uno: Eleonora Carlesi, Claudia Esposito, Elisa Heusch, Serafino Fasulo, Francesca Giari, Alessandra Mangione, Yoshiko Murata. All’inizio di ogni reportage contenuto nel volume ciascuno di loro racconta in sintesi la propria esperienza ma è dalle foto che scaturisce la narrazione di un mondo che coinvolge moltissime persone che attraverso il volontariato danno un servizio immenso alla comunità. Contribuiscono ad alleviare la pena dei più fragili e ad alleggerire le famiglie di un compito gravoso, spesso totalizzante.

Ogni tre/quattro mesi i fotografi hanno dedicato due giornate alla visione delle fotografie realizzate; sono stati momenti fondamentali per una riflessione sul senso etico dello scattare e per un confronto sul materiale prodotto. Non sono mancati momenti di sconforto nei quali non ci si è sentiti all’altezza della situazione. Del resto la severità ed il rigore del selezionatore Saglietti erano ben noti e quando si è pensato a questo progetto sapevamo che era la persona giusta per perseguire un risultato non superficiale. Ivo Saglietti ha vinto tre World Press Photo e numerosi premi per il suo impegno di reporter in zone di guerra, per le sue testimonianze di aree geografiche ed esistenziali dove il disagio è profondo, per la sua attenzione agli umili. Tuttavia ridurlo al ruolo di cronista non sarebbe rendere giustizia al suo lavoro, quello di chi per tutta una vita ha registrato la realtà con un forte sapore poetico, con l’occhio sensibile di chi ama il proprio lavoro e lo svolge, nella misura del possibile, senza mistificazioni e senza inganni. La fotografia, proprio perché riproduce la realtà con la realtà stessa, può prestarsi a innumerevoli menzogne: l’uso della luce, degli obiettivi, i tempi di posa, la postproduzione possono indurre ad una lettura delle cose tutt’altro che oggettiva. Ma soprattutto la fotografia, racchiusa nell’inquadratura, mente in primis per omissione.

Ci siamo confrontati, noi persone vulnerabili e spesso incerte, sul come affrontare questa materia delicata e complessa e lo abbiamo fatto cercando di intervenire il meno possibile sugli scatti nativi, provando a conoscere e capire un mondo nuovo che si dispiegava davanti all’obiettivo. Senza la pretesa di essere stati esaustivi speriamo di aver dato un contributo a momenti di vita che possono insegnare ed educare chi ha la fortuna di incontrarli, anche solo attraverso delle foto.

Serafino Fasulo
Art Director
Fondazione Carlo Laviosa

Francesca Giari Workshop
Francesca Giari – IPPOASI e FELIX

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Direttore Responsabile: Simone Di Nasso. Responsabile sez. cultura: Serafino Fasulo – Redazione Irene Scala, Luca Martinelli, Nicoletta Vadalà, Piero Starita – Design planner Studio di comunicazione METODO, LIVORNO – AUT. TRIB. LIVORNO N.8/05 DEL 4 MAGGIO 2005

Fondazione Laviosa