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Per un nuovo umanesimo

Tempo addietro guardando le news sulla pandemia in TV, mi è balenata da chissà quale meandro della mia mente una vecchia citazione di Rene de Chateaubriand: “l’uomo davanti alla forza e alla grandezza dell’universo non è niente… ma l’uomo è consapevole della propria esistenza, l’universo no.” La centralità dell’uomo e un ritorno alla sua umanità.  Ecco come trasformare un problema, un enorme problema in una…

Tempo addietro guardando le news sulla pandemia in TV, mi è balenata da chissà quale meandro della mia mente una vecchia citazione di Rene de Chateaubriand: “l’uomo davanti alla forza e alla grandezza dell’universo non è niente… ma l’uomo è consapevole della propria esistenza, l’universo no.

La centralità dell’uomo e un ritorno alla sua umanità.  Ecco come trasformare un problema, un enorme problema in una opportunità per tutti noi. Sembra quasi una bestialità, ai tempi del coronavirus, parlare di opportunità, ma noi siamo un po’ così, vogliamo cercare sempre il lato positivo nelle prove della vita.

Non è facile restare saldi quando vedi uno tsunami irrompere nella vita di tutti noi, quando aspetti l’onda di piena, consapevole che è solo questioni di giorni e poi anche te farai parte della “vita sospesa”.

Ma ognuno di noi deve essere “il cambiamento che vuol vedere nel mondo”. Lo diceva quasi un secolo fa il Mahatma Gandhi. Niente di più attuale. Un cambiamento che va a coinvolgere tutto il flusso delle nostre relazioni interpersonali: siano queste relazioni private o professionali.

Una onda di tsunami, dicevamo, partita da quella zona del modo, l’Estremo Oriente, ormai seconda casa per noi di Laviosa… ricordo le telefonate concitate con i nostri contatti asiatici, pregne di preoccupazione, le ingenue raccomandazioni che noi, dall’altra parte del mondo davamo loro… ricordo le breaking news dei videogiornali su luoghi a noi familiari, irrealmente inanimati; ormai sbiadite ombre di quello che furono.

Poi il veloce dilagare del male verso ovest, accomunarci tutti nel dolore e nell’insicurezza del futuro.  Le parti si invertono, il mondo è tutto sott’acqua.

Consapevoli dunque della situazione, tutti noi abbiamo reagito in ossequio al vecchio adagio che vuole il popolo italiano, quando sotto pressione, dare il meglio di se stesso. Ad ogni livello: Individuale. Aziendale.  Nazionale.  Anche se preferirei fondere le prime due, in quanto l’azienda non è altro che un insieme coerente e consapevole di persone che remano nella medesima direzione… e la nostra ne è il chiaro esempio. L’impegno nel preservare le relazioni, esterne (con i clienti ed i fornitori) ed interne (i collaboratori) è stato massimo.

Riunioni di direzione, giornaliere, per monitorare la situazione e decidere il da farsi… garantire tutti i DPI necessari alla sicurezza dei singoli…. Prevenire possibili situazioni di rischio…. Donazioni agli enti sanitari locali di grandi quantità di mascherine…

Uno sforzo enorme in termini di risorse umane ed economiche, una ritrovata coesione sociale, testimonianza del già citato “ritorno alla centralità dell’uomo”.

Una araba fenice che vuole-deve-può rinascere dalle proprie ceneri….

Ad maiora

Simone Di Nasso
Direttore responsabile “Laviosa Informa”

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Eroi di oggi

Erano semidei gli eroi degli antichi greci, a metà tra l’uomo e gli dei, capaci di imprese straordinarie. Nel medioevo c’erano gli “eroi imperfetti”: figure ambigue, al limite della pazzia e spesso causa di drammi truculenti. Venne poi il tempo dell’antieroe, colui che la società respingeva perché non si conformava al volere dei più, l’emarginato,…

Erano semidei gli eroi degli antichi greci, a metà tra l’uomo e gli dei, capaci di imprese straordinarie. Nel medioevo c’erano gli “eroi imperfetti”: figure ambigue, al limite della pazzia e spesso causa di drammi truculenti. Venne poi il tempo dell’antieroe, colui che la società respingeva perché non si conformava al volere dei più, l’emarginato, l’escluso. Era così nato l’eroe romantico. Nell’età moderna all’eroe si preferiva invece il profeta. Non più il semidio, l’antieroe o l’escluso, ma colui che diffondeva la propria sapienza illuminata. Oggi invece chiamiamo eroi gli operatori sanitari impegnati a salvare vite umane, i vigili del fuoco che soccorrono le persone sotto le macerie e tutti coloro che con coraggio si preoccupano di salvare l’umanità.
I giornali utilizzano spesso la terminologia “modern man hero”, proprio con la precisa volontà di fondere il paradigma dell’eroe all’umanità delle persone comuni. Niente cavalieri, tiranni o ideologie: i nuovi eroi combattono virus, calamità naturali e difendono l’umanità.

Oggi è il momento dell’eroe della corsia: medici e paramedici chiamati al loro dovere in un momento di estrema criticità e difficoltà sembrano tutti indossare un’aura di eroicità con il loro esempio di alta professionalità e nobile spirito umanitario. Ma loro stessi preferiscono non definirsi eroi, forse perché come direbbe Zygmunt Bauman “con l’avanzata della società moderna liquida eroi e martiri battono in ritirata e alla maggioranza dei cittadini di questo mondo appare già perduta la guerra contro i terribili poteri militari e finanziari globali e contro il nuovo modello di vita che essi impiantano ovunque vanno“.

Ad ogni epoca il suo eroe, senza che questo bisogno sia mai venuto meno. D’altronde gli eroi ci salvano quando siamo nei guai, ci danno speranza e convalidano la nostra visione morale preferita, ma purtroppo quando si tratta delle gesta di gente comune si fa presto a dimenticare e a ricondurre all’ordinario quelle stesse azioni che vengono svolte sempre con la medesima dedizione e lo stesso spirito.

Mi sento di aggiungere che ogni tanto sarebbe bello poter annoverare sotto la voce di eroi anche qualche politico, ma in questo momento storico, lo scenario italiano e mondiale non ne offre parecchi.

Gianmario Pugliese vive a Livorno da poco meno di un anno. Ha studiato “Tecniche e Diagnostica per Immaginie Radioterapia” presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica di Roma e lavora come tecnico di radiologia presso l’Azienda Ospedaliera Universitaria Careggi di Firenze. Dal 1996 si dedica anche alla fotografia. Nel 2006 ha ottenuto il secondo posto tra gli artisti della II edizione del premio internazionale di fotografia “Viaggio in Basilicata, iI giovani e il futuro: la percezione di una speranza”. Le foto hanno partecipato ad una esposizione collettiva itinerante che è stata ospitata dall’Università di Westmister di Londra, dalla Biblioteca Nazionale centrale di Roma, dalla Casa dell’Energia Piazza Po, 3 di Milano e dal Palazzo Lascaris di Torino. Nel Luglio 2006 con il cortometraggio “La terra mi tiene” ottiene il primo premio nella categoria professionisti alla V Edizione Concorso Opere d’Arte -Potenza in video- e la partecipazione al Festival internazionale di Milano.
Collabora con la rivista online “Terre di frontiera” ed ha realizzato lavori di documentazione fotografica per molte associazioni e uffici stampa.
Attualmente sta lavorando a un reportage sull’emergenza Covid 19.

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Periferie

In un’intervista rilasciata da Renzo Piano al “Sole24 ore”, il 26 gennaio 2014, l’architetto e senatore a vita parla di periferie. Riportiamo alcuni estratti dell’intervista su un argomento di grande attualità e pubblichiamo un reportage a mia firma che vuole essere un invito per altri fotografi di ogni dove a raccontare le loro periferie e…

In un’intervista rilasciata da Renzo Piano al “Sole24 ore”, il 26 gennaio 2014, l’architetto e senatore a vita parla di periferie. Riportiamo alcuni estratti dell’intervista su un argomento di grande attualità e pubblichiamo un reportage a mia firma che vuole essere un invito per altri fotografi di ogni dove a raccontare le loro periferie e le trasformazioni che queste subiscono. L’invito ci sembra possa essere l’inizio di un forum fatto di foto ma anche di testi su quelle aree che sono sempre più il lato umano di città che nel centro si vanno svuotando di residenti per lasciare spazio a uffici, luoghi di aggregazione pubblica, memoria ed eredità dei padri.
Le foto che ci saranno inviate saranno selezionate e pubblicate sul sito www.laviosainforma.com ma non si esclude che ne possa esser fatto un editing finalizzato ad una pubblicazione e ad una mostra.

Serafino Fasulo
Art Director Fondazione C. Laviosa

“Siamo un Paese straordinario e bellissimo, ma allo stesso tempo molto fragile. È fragile il paesaggio e sono fragili le città, in particolare le periferie dove nessuno ha speso tempo e denaro per far manutenzione. Ma sono proprio le periferie la città del futuro, quella dove si concentra l’energia umana e quella che lasceremo in eredità ai nostri figli.

Le periferie sono la città del futuro, non fotogeniche d’accordo, anzi spesso un deserto o un dormitorio, ma ricche di umanità e quindi il destino delle città sono le periferie. Nel centro storico abita solo il 10 per cento della popolazione urbana, il resto sta in questi quartieri che sfumano verso la campagna. Qui si trova l’energia.
I centri storici ce li hanno consegnati i nostri antenati, la nostra generazione ha fatto un po’ di disastri,ma i giovani sono quelli che devono salvare le periferie.

La città giusta è quella in cui si dorme, si lavora, si studia, ci si diverte, si fa la spesa. Se si devono costruire nuovi ospedali, meglio farli in periferia, e così per le sale da concerto, i teatri, i musei o le università. Andiamo a fecondare con funzioni catalizzanti questo grande deserto affettivo. Costruire dei luoghi per la gente, dei punti d’incontro, dove si condividono i valori, dove si celebra un rito che si chiama urbanità.”

Renzo Piano

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Muscolai

La Spezia. I Mitilicoltori spezzini I CONTADINI DEL MARE Sembrano immagini dimenticate dal tempo quelle fissate e ritagliate nel bianco e nero da Claudio Barontini. Raccontano gesti antichi da ripetersi all’infinito con la pazienza e la solennità di un rito che s’avvia all’alba: la partenza di un natante solitario dalla riva (le montagne e le…

La Spezia. I Mitilicoltori spezzini

I CONTADINI DEL MARE

Sembrano immagini dimenticate dal tempo quelle fissate e ritagliate nel bianco e nero da Claudio Barontini. Raccontano gesti antichi da ripetersi all’infinito con la pazienza e la solennità di un rito che s’avvia all’alba: la partenza di un natante solitario dalla riva (le montagne e le nubi in dolce raccolta dietro le spalle) preannuncia una processione di barche che incontra ogni volta il mare con la ricercata lentezza di una ambita scoperta. Scoperta di un appartato e misterioso mondo da tradursi fatalmente in una continua scoperta di sé. Il pensiero dei naviganti si rinnova immancabilmente al di là del faro che li segue e li misura con l’occhio benevolo prima di riporlo nel riposo della luce elettrica. Il viaggio, lento e cadenzato al pari del sontuoso e implacabile ritmo del pendolo, è paragonabile a quello del carro dei contadini diretto ai campi di semina, di potatura o di raccolta. Gli attrezzi si assomigliano, a partire dal falcetto, e così i comportamenti. I frutti prelibati sono i mitili (o i “muscoli”, come vengono chiamati in ambito ligure-toscano) da innescare e da coltivare su lunghi filari, alla stregua di grappoli d’uva, accolti in un’ideale vigna subacquea che offre il rifugio a una miriade di piccoli pesci.

Un rosario di boe, a mimare i disseminati resti di un naufragio, indica, delimita, scandisce e cesella il luogo della coltivazione e della faticosa recita da officiare secondo modi dettati da regole non scritte: provengono da una consuetudine marchiata e sempre rinnovata nell’intimo di ciascuno, come un memento da recitare alla sera per il giorno seguente. Le prime fotografie di questo racconto, costruito anche da sogni e da intuizioni, indugiano sulla ritmica disposizione di questi elementi galleggianti nella liquida scacchiera del golfo della Spezia: da lontano sembrano trapuntare il docile movimento delle onde col filo incrociato delle gomene.

L’incontro coi delfini è un segno di immancabile sorpresa e di rinnovabile leggenda da cavalcare sul desiderio di portare in salvo al di là delle terre e degli oceani un gioco d’infanzia e di purezza smarrita. Interpreta il ruolo di un miraggio da inserire in una realtà che fatica a contemplare la poesia.

Le barche sono i buoi dell’allegoria e della parentela terricola: dondolano i loro finimenti all’approdo o alla temporanea sosta. Pascolano i remi nell’acqua; la prua sempre pronta a muoversi col suo carico di ceste.

Quando questi filari vengono issati a bordo per raccogliere i frutti adeguati, sembra di partecipare a una festa animata e adornata di ghirlande che i pescatori fanno correre l’un l’altro per la scelta dei mitili idonei al consumo. Barontini coglie l’occasione per concentrare l’obiettivo su atteggiamenti di compiacimento coreografico che apparentano la scena alla frequentazione di un giardino capace di regalare intrecci di fiori in perenne attesa di far esplodere l’intrinseca bellezza. E intanto diffondono nell’aria l’inconfondibile e fragrante profumo del mare. Così un pescatore e poi un altro esibiscono in alto, sulle loro teste, il decoro di un ipotetico trionfo; altri invece cercano il confronto narrativo tra i tatuaggi che ornano bicipiti e pettorali e nel volo dei gabbiani che giocano di confidenza con un interprete di questa favola pronto a fermarne uno in volo ( e l’immagine sembra consegnare l’evento a un istante di eternità ) con l’offerta di un mollusco.

Il ritorno assume un sapore antico ed epico in uno scatto di Claudio Barontini dove una vetusta imbarcazione carica di raccolto ospita un personaggio dalla folta barba bianca che gli incornicia il mento accanto a un uomo più giovane per un ideale passaggio di testimone con l’approssimarsi dell’approdo. La chiglia scava a fatica i flutti e s’apparenta all’aratro nella nostra ricercata similitudine contadina: l’acqua si chiude immediatamente sull’assenza del seme deposto altrove. Sul fondo il paesaggio sfumato, dissolto nel richiamo delle case precipitate sulla riva e di altre riesumate dal verde, sconfina nel cielo o in un altro mare che lo riflette e lo perpetua. Una nave portacontainer, un muro variegato di cubi ( ad attivare un gioco di combinazioni sconosciute in un disperato rifugio nella fantasia ) divide il tempo del sogno dal tempo tecnologico e tenta di vanificare o di inquinare, per fortuna invano, il senso più profondo e prezioso della nostra storia.

L’impugnatura di un vessillo sembra annunciare la conquista di un nuovo territorio: così un protagonista scelto dal nostro fotografo dichiara l’arrivo delle ostriche in un ambito frequentato da consolidate delizie solo apparentemente meno nobili. Le ostriche vengono trattate con altra delicatezza: si conservano, per favorirne lo sviluppo, in lunghi cilindri di reti che paiono trappole per aragoste. Le immagini indulgono sulla progressione di questi apparenti nidi, sui loro ricami, sul ritmo delle simmetrie geometriche dei cerchi che trattengono e dilatano le maglie per accompagnare la crescita delle valve e per assecondare inimmaginabili respiri.

I gesti alla fine sono gli stessi: il recupero o la calata verso il fondo, sorvegliata da chi deposita il prezioso fardello in tenuta subacquea col medesimo, amorevole comportamento del frequentatore dei filari dei muscoli distesi come panni a bagnare ovvero ad assorbire il bene delle acque deputate a una simile coltura. Proprio come avviene per la cura delle zolle rinfrancate dalla trafittura delle piogge e dal calore del sole nella stagione opportuna.

Una parentesi di ulteriore poesia ci viene offerta da un ventaglio di lunghi fili d’erba o di piccole canne che disegnano nell’aria la delicatezza delle loro tracce: rammentano certe stampe giapponesi di un romantico passato da consegnare al sogno. Claudio Barontini incornicia in tal modo il campo dei muscoli e delle ostriche: la presenza di una moderna nave all’orizzonte ci preserva dallo smarrimento in un tempo senza data. E ci procura un accenno di rammarico.

L’incontro col faro accende il sentimento della sicurezza e della solitudine sulla striscia che s’inoltra nell’acqua come una lingua pietrosa: la via del ritorno si consuma al superamento di questo sguardo ciclopico lasciando dietro di sé la scia di un ricordo da rinnovare ogni volta con diverse, impalpabili sfumature. D’altronde l’uso del bianco e nero permette a chi osserva queste scene con animo partecipe di inserire o di inventare tutte le tonalità possibili suscitate dall’emozione del momento.

Questi frammenti di nostalgico abbaglio promuovono giochi di figure, riflessi, inganni dello sguardo e letture del paesaggio che sfuggono alla logica delle cose concrete ma si rifugiano nella logica dei desideri che si possono avverare in determinate magiche circostanze dove la solitudine contemplativa prepara sorprese e trappole percettive. I profili appaiati di una sfinge e di un cane vengono ritagliati su una roccia da un raggio di sole: l’allegoria del mistero più impenetrabile e della trasparente fedeltà in due sguardi lontani e opposti nel loro valore dichiarativo assurgono a emblematica formula del destino: qui l’interrogazione di un domani ancora da decifrare si accosta alla certezza di uno sguardo amico. Non a caso un pescatore si fa immortalare accanto alla felicità del suo cane, compagno di barca e di giornata.

L’approdo nella baia, che accoglie in grembo le barche e i loro preziosi frutti, conclude la prima parte del lavoro. Una lunga costruzione, che guarda alle spalle il faro e le sue notturne competenze, prelude a una seconda fase forse meno poetica e meno legata alla atemporalità dei gesti consumati fino a questo momento. Gli ultimi comportamenti legati direttamente alla pesca consegnano al molo casse di mitili trattati “pittoricamente” dal nostro autore alla stregua di nature morte a cui concedere l’onore del primo piano. Anche un pugno di cozze dimenticate o abbandonate sul fondo del natante o un movimento di sciacquatura tengono vivo fino all’ultimo il rapporto diretto col luogo di coltivazione. Invece il trasbordo di interi “filari” sulla terraferma ricorda la deposizione dei festoni ornamentali una volta terminato il rito della baldoria. Ma ora il racconto sostituisce la coreografia e il soggetto principale: ai contadini del mare tocca la sorte dei vignaioli o dei raccoglitori delle olive una volta depositato il frutto del loro lavoro tra gli ingranaggi della spremitura. Escono di scena. Ma Claudio Barontini riesce a mantenere vivo questo rapporto di dipendenza superando altresì l’ostacolo della fredda tecnologia nel cogliere momenti di lirica contemplazione in un contesto che sembrerebbe vanificare o disarmare un simile approccio.

Un bambino ha reclinato il capo sulle braccia conserte e si è addormentato in barca: forse sta sognando i sogni di tutti noi tornati alla sua tenera età nel percorrere il tragitto tra il gusto e il desiderio, tra il piccolo tesoro di fragranza racchiuso tra due valve e il piacere ripetibile all’infinito percepito dalle papille.

Il balzo sulla banchina di un signore variamente tatuato e provvisto dell’eleganza di un cappello di paglia indica la cesura e il tramite tra il prima e il dopo della vicenda: il vuoto creato dal movimento aereo degli arti (che la fotografia consegna alla sospensione del tempo tra un tripudio di corde e di attrezzi distribuiti dal caso) ci consente di prolungare il passaggio tra un antefatto nostalgico e un seguito prodigo di misteri. Altri natanti ancorati alla riva, come i buoi alla greppia della stalla, esibiscono reti, secchi vuoti, carrucole a riposo, motori in silenzio, fili sparsi di nylon e matasse varie, griglie di ferro e taniche di carburante.

In primissimo piano lo sguardo di un protagonista di questo racconto scruta l’orizzonte e intanto aspira l’ultimo fumo della sigaretta. Là, in fondo, in un qualche punto della baia, c’è il domani che l’attende, come sempre.

Il segnale tra il prima e il dopo è indicato da una serie di ceste impilate su un carrello che sta varcando il margine illuminato della soglia per introdurci nel ventre della fabbrica di selezione, pulitura, confezionamento e spedizione del raccolto. Il passaggio tra la luce e l’ombra separa il luogo e il tempo di un possibile incanto dal luogo e dal tempo di una concretezza da misurarsi con l’efficacia e la rapidità esecutiva dei macchinari e di coloro che li manovrano o ne sorvegliano i movimenti. Sono gli stessi pescatori o altri colleghi del consorzio che ora indossano grembiuli incerati e alti stivali per maneggiare queste delizie di Nettuno che spandono intorno una fragranza di alghe per mantenere sempre vivo e vitale il rapporto col “terreno di coltura” appena abbandonato. L’acqua, spremuta a pressione, scioglie le prime impurità delle valve ed esce dai fori dei contenitori con getti coreografici che invadono lo spazio circostante e annunciano un territorio dominato dall’acqua che pervade il pavimento e rende meno traumatico il passaggio dall’immensa liquidità del mare alla clinica tecnologia di questo ampio centro di lavorazione.

A contrasto intervengono le curiosità legate ad alcuni personaggi che hanno catturato l’attenzione dell’obiettivo per via dei tatuaggi (una volta caratteristica peculiare dei naviganti) che qui assumono un ruolo inatteso perché non contemplato da chi si immerge nella nuova realtà idealmente lontana dalla precedente. Siccome contrasto chiama contrasto nella scelta di Barontini, ecco il bicipite di un forzuto lavorante sorpreso mentre manifesta un pensiero gentile, adornato di rose, nei confronti dei genitori; invece un signore in posa con la cassetta di mitili tra le mani propone in svolazzi barocchi la scritta “Pricele$$” sul petto e una certa varietà di piercing. Infine una gentile presenza femminile irrompe in questa galleria fotografica al maschile per esaltare il ruolo della grazia; questo ruolo è efficacemente sottolineato da un candido abbigliamento destinato a venir assorbito dalla costruzione geometrica in grigio delle casse impilate su cui spicca la dicitura “Miticoltori associati”. La signora sorridente maneggia in maniera estremamente disinvolta una serpentiforme confezione come se si trovasse al cospetto di un boa uscito per l’occasione dallo zoo o come se fosse sul punto di indossare un omonimo elemento di struzzo in voga da sempre nel “café chantant”.

Intanto il processo in frenetico divenire corre sulle immaginarie e ripetute rotaie lasciate sul pavimento reso lucido dal transito dei carrelli e investe di rimbalzo la teoria di contenitori allineati in attesa di accogliere il risultato del lavoro. Si seleziona dunque il prodotto, lo si impacchetta e lo si marchia in reti su cui riemergono le trame più segrete degli abissi, come è giusto che sia per non troncare il filo allegorico delle origini. Quindi a ciascuna cassa tocca un approdo finale di consumo.

E viene il momento dei saluti a piccoli gruppi in posa e alla particolare attenzione dedicata al decano di questo consorzio: un ultranovantenne la cui figura si staglia contro una pila di muscoli pronti per la distribuzione. L’immagine dell’abbondanza e della prosperità si associa alla perseveranza degli anni e a un passaggio di consegna ai più giovani costretti a interpretare il futuro ogni volta al levar del sole oltre la linea dell’orizzonte che si scioglie e si confonde nel cielo. Barontini avrebbe voluto concludere questo libro con una foto che radunasse tutti i protagonisti della nostra avventura vestiti di giacca e cravatta. Ma non c’è stato verso di convincerli. A ragione si sono messi in posa indossando l’ordine della quotidianità, dove ognuno interpreta il ruolo di se stesso e non partecipa alla parodia dell’esistenza. D’altronde i contadini del mare al pari dei loro dirimpettai di terra non amano confondere la realtà con la messa in scena.

Pertanto questo volume distilla il vero e va assaporato fino all’ultima goccia come avviene per una bottiglia di vermentino spremuto e imbottigliato con amorevole sincerità per essere offerto agli amici. Merito di Claudio Barontini che ha saputo scegliere o cogliere i momenti essenziali da fermare con un clic e li ha quindi raccolti in una sequenza di continue, rinnovabili seduzioni visive dove talora la visione ampia del paesaggio anticipa ed esalta l’evidenza di un particolare in primo piano da porgere con raffinato intendimento pittorico all’attenzione di chi osserva.

Così è l’arte quando sposa una verità che sconfina nella poesia.

Luciano Caprile

* Tratto dal libro “Muscolai” di Claudio Barontini, edito da Bandecchi & Vivaldi. Pontedera 2014

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Confini

Arriviamo a Salonicco con un volo da Bologna. Con la mia amica e collega Eleonora Carlesi siamo diretti verso il fiume Evros che delimita il confine Greco-Turco. Percorriamo la strada che lo fiancheggia ora avvicinandosi ora allontanandosi. Incrociamo convogli militari, camion carichi di filo spinato e di barriere metalliche. Raggiungere il fiume è stato impossibile,…

Arriviamo a Salonicco con un volo da Bologna. Con la mia amica e collega Eleonora Carlesi siamo diretti verso il fiume Evros che delimita il confine Greco-Turco. Percorriamo la strada che lo fiancheggia ora avvicinandosi ora allontanandosi. Incrociamo convogli militari, camion carichi di filo spinato e di barriere metalliche. Raggiungere il fiume è stato impossibile, se non in sporadici casi e per brevi momenti. È pattugliato dalla polizia locale e dall’esercito. Ogni strada, ogni sentiero, anche il più impervio si possono percorre sino a un certo punto per poi essere respinti. I modi sono spicci e non si esita a mostrare le armi. Al di à del confine premono i profughi: Afghanistan, Siria, Pakistan, Africa sub sahariana, sono le principali zone dalle quali provengono. Viaggi verso la speranza che richiedono mesi e anche l’ultima risorsa. Il dazio da pagare è pesante e non esclude la schiavitù e la violenza come ticket ad ogni frontiera (a chi volesse approfondire consiglio la lettura di Io sono confine di Shaharam Khosravi).
La stampa di mezza Europa staziona a Kastanies, cittadina non distante dal fiume e dalla quale Turchia e Bulgaria sono a portata di passeggiata. Una volta al giorno i militari permettono alla stampa di disporsi lungo un tratto di ferrovia prossimo alla stazione di Kastanies, dal quale si può vedere la rete che separa la Turchia dalla Grecia. A fasi alterne i militari turchi, secondo la nuova politica voluta da Erdogan, permettono ai profughi di ammassarsi alla rete e di produrre tentativi di sfondamento. Urla, incendi, idranti sono quasi all’ordine del giorno, i giornalisti danno le spalle alla scena che fa loro da sfondo e ‘parlano agli spettatori’ dei rispettivi paesi. I cameramen ed i fotografi cercano con potenti teleobbiettivi di cogliere quanto accade da una parte e dall’altra del reticolato. Ci sono giorni in cui non accade nulla e allora i giornalisti se ne vanno un po’ delusi, non tutti potranno fermarsi il giorno dopo, non sempre le redazioni lo permettono.
Da Kastanies torniamo a Salonicco per salire il giorno seguente verso Idomeni tra le montagne al confine con la Macedonia, 156 km da Skopie percorribili in circa due ore. A Idomeni la temperatura è decisamente rigida ed è difficile imbattersi in esseri umani che non siano in divisa. In una piazza deserta sventola la bandiera greca. Anche qui la stampa non è gradita ed il confine è presidiato dalle forze dell’ordine. Incontriamo un gruppo di ragazzi afghani alla fermata del bus in prossimità della stazione. In verità non attendono nessun mezzo pubblico, stanno nella pensilina come fosse un improvvisato salotto, a riparo dal vento. Non parlano tra loro, fumano, la testa curva sul cellulare.
Per raggiungere la Grecia sono passati dall’Iran e poi dalla Turchia ma l’Iran non l’hanno raggiunto direttamente dall’Afghanistan bensì dal Pakistan, passando da Quetta, dove il confine è meno controllato. Un viaggio di oltre 6.000 km da percorrere con mezzi di fortuna e a piedi, alla mercé di avventurieri per i quali la vita può non avere valore. Montagne, foreste, fame, paura e poi l’acqua, non quella purificatrice ma quella che terrorizza, inghiotte. Mete sono l’Italia, la Francia, la Germania. I ragazzi mi stanno raccontando tutto questo quando due vetture della polizia arrivano rapide, li caricano, ci minacciano, scompaiono.
Lesbo, 12 marzo, siamo nell’Olive Grove, gestito da Movement on The Ground, una fondazione che si impegna per dare una risposta ad una crisi che provocata da drammatici cambiamenti climatici, povertà e guerre, obbliga fiumi di uomini, donne e bambini a lasciare le proprie case, il paese d’origine. Movement on The Ground ha sede ad Amsterdam e da anni è impegnata a Lesbo dove ha affittato un terreno in mezzo agli olivi, di fianco al tristemente noto campo di Moria, per renderlo attrezzato all’accoglienza dei rifugiati. La vita all’Olive Grove è organizzata da volontari principalmente provenienti dall’Olanda ma non solo. In questo momento circa cento volontari vi lavorano coinvolgendo nelle attività anche i rifugiati. Nel campo si entra e si esce liberamente, c’è pulizia ma l’acqua e il cibo, a causa del sovraffollamento, scarseggiano. Però il vero dramma dei rifugiati consiste nell’attesa che per mesi, spesso per anni, impedisce loro di trasferirsi in altri paesi europei alla ricerca di un lavoro o dei propri cari ai quali ricongiungersi. È evidente come il problema non possa essere risolto dalla Grecia ma debba essere affrontato dall’Europa intera alla quale il Covid 19 non può fare da alibi. Intanto si vive una condizione che di giorno in giorno diventa sempre più instabile.

Lesbo, 15 marzo 2020, un’ordinanza municipale ha imposto la chiusura di tutti gli esercizi commerciali, esclusi alcuni supermercati, qualche chiosco che offre bibite e souvenir, alcune gelaterie. La temperatura è fresca, la primavera già esplosa nell’isola si è presa una pausa. Una famiglia afgana si gode l’aria di mare e improvvisa un pic-nic vicino all’acqua. Ci invitano a prendere un tè. Eleonora si siede su una coperta stesa appositamente per lei, faccio altrettanto. Beviamo il tè caldo e zuccherato dopo una prima titubanza: siamo noi a dover temere la loro igiene oppure il contrario? Uno degli uomini parla inglese, fuggono dalla guerra, hanno perso tutto, tenterà di raggiungere un fratello in Spagna. Il figlio più piccolo non sta bene; nel campo di Moria che li ospita, il medico ha suggerito di fargli bere molta acqua, nient’altro.
Si mettono a disposizione dei nostri scatti: i bambini si vergognano ma poi cedono a un po’ di lecita vanità, una donna prega, si guarda il mare. Un giovane padre ha voglia di parlare, riporto quanto mi riferisce integrandolo con i messaggi che, in seguito, mi ha inviato tramite Messanger:

“…sono afghano e vengo da Kabul dove tessevo tappeti, da otto mesi sono sbarcato a Lesbo. Ho ventotto anni, mia moglie ne ha venticinque, ho pure una bambina di pochi mesi.
… mia sorella vive in Italia e mi manca moltissimo. Ho lasciato il mio paese per questioni di necessità, perché desidero poter dare una vita dignitosa a mia figlia e la sicurezza in Afghanistan è poca, quasi inesistente. Le difficoltà che abbiamo avuto e che stiamo avendo sono tante. Abbiamo prima raggiunto e attraversato l’Iran, poi la Turchia dove abbiamo trascorso ben tre giorni e due notti in una foresta, cibandoci con il poco che riuscivamo a procurarci e che ci ha causato malattie. Poi siamo stati due mesi a Istanbul rinchiusi in un tugurio. Il cibo ci veniva consegnato da uno smuggler in cambio di soldi. Abbiamo pagato lo smuggler per arrivare in barca a Lesbo da Ayvacik. Il mare è stato la parte più difficile, non sapevamo se saremmo morti o no.
A Moria l’igiene è scarsa e le persone molte. Il cibo non basta per tutti. Pochi bagni e docce calde quasi inesistenti, le file per il cibo sono lunghe e la gente litiga troppo e inutilmente. Spesso i medici non si trovano. Da padre ho paura per ciò che potrebbe capitare a mia figlia, qui non è al sicuro, nessuno di noi lo è. Qualche giorno fa abbiamo assistito ad un incendio, è stato orribile, qualcosa di indelebile che ci porteremo addosso per sempre. Abbiamo sentito le urla di quella povera madre addolorata e abbiamo cercato di darle conforto per la perdita del suo amato figlio, ormai carbonizzato. La gente ha paura, noi abbiamo paura perché le cure, sebbene esistenti sono poche. Abbiamo paura del Coronavirus perché sappiamo che se dovesse arrivare qui ci ucciderebbe tutti, nessuno escluso, ma il Coronavirus non è l’unica preoccupazione, come sapete gli incendi ci sono, capitano quando si vive nelle tende, nella nostra siamo in quattordici. Abbiamo paura anche per la nostra incolumità. Vi prego, siate più altruisti, in questo mondo siamo tutti stranieri”.
L’Afghanistan è incredibilmente lontano, la nostalgia palpabile ma non si può tornare, non c’è futuro per i figli. Fingo di credere che non sia così, non me la sento di scoraggiarli. Magari ce la faranno.

Domenica 15 marzo, pomeriggio. Abbiamo deciso di tentare un difficile e anticipato rientro in Italia. Avremmo voluto restare ma l’accesso ai campi era sempre più improbabile poiché il rischio di diffusione del contagio, che già a Lesbo ha scelto la sua prima vittima, è elevatissimo. Se si diffondesse tra i rifugiati sarebbe lo sterminio che forse qualcuno si augura. Nelle notti precedenti abbiamo incontrato ronde di uomini minacciosi, o gruppi che raccolti attorno a un fuoco impedivano l’accesso a determinate strade. Episodi di intolleranza si sono verificati anche nei confronti di giornalisti, fotografi e troupe televisive. I giornalisti appunto, ci si sente un po’ spioni e un po’ inutili. Che cosa possono cambiare una foto e un articolo? È la disponibilità della gente davanti all’obbiettivo, la voglia che ha di parlare che restituisce a noi ‘spioni’ un briciolo di dignità e la speranza di essere utili.
“Veniamo dalla Nigeria, siamo cattolici. Nel campo non si vive, c’è sporcizia, manca l’acqua, qualcuno ti può accoltellare da un momento all’altro”.
“Vengo dall’Afghanistan, sono un fotografo”, mi mostra foto drammatiche di pestaggi durante il tentativo di attraversamento del confine greco-turco. “L’Europa è disposta a spendere 2000 euro per ciascuno di noi per rimandarci indietro, vogliono che si torni a morire. È giusto questo”.
L’Europa, il Vecchio Continente, reputa saggio erigere muri, sbarazzarsi dei cattivi pensieri. L’Europa che ha costruito la propria ricchezza sottraendola agli altri, che ha cresciuto nel benessere i propri figli senza raccontargli che i privilegi, compreso lo spreco, privilegio dei privilegi, hanno come contrappasso sofferenza, ignoranza, miseria.
Nelle strade di Lesbo non ci sono solo uomini scuri ma anche giovani locali che manifestano per ribadire ‘No’ a qualsiasi recrudescenza fascista. Nei campi di Lesbo non ci sono solo i profughi e poliziotti esasperati, vi sono, come dicevamo, anche decine di volontari prevalentemente giovani che lavorano all’Olive Grove. Pulizia, assistenza, gestione delle risorse, relazioni con i rifugiati, allestimento di nuovi alloggi sono compiti dei volontari che trascorrono nell’isola periodi più o meno lunghi: un mese, alcuni mesi, anni.
Il Covid 2019 è più di una minaccia ma molti dei volontari resteranno, altri saranno sostituiti, sicuramente resteranno i rifugiati, condannati ad una attesa esasperante, che mina gravemente l’equilibrio psico-fisico, l’attesa che rischia di incoronarsi di virus: Europa, che fai?

Serafino Fasulo
Art Director Fondazione C. Laviosa

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Laviosa Chimica Mineraria
Riorganizzazione del lavoro ai tempi del Covid-19

logoCome BU Pet Care facciamo parte della catena di approvvigionamento della GDO e negozi specializzati per animali. Siamo i partner di riferimento…

logoCome BU Pet Care facciamo parte della catena di approvvigionamento della GDO e negozi specializzati per animali. Siamo i partner di riferimento per le più grandi insegne distributive e lo siamo con un bene apparentemente semplice ma in realtà molto importante come la lettiera per gatti, un “servizio” imprescindibile per i consumatori, soprattutto ai tempi del COVID-19 in cui si è costretti a rimanere in casa.
Ci siamo quindi rimboccati le maniche e riorganizzati per continuare ad evadere ogni ordine senza alcun ritardo.
Attivando subito lo Smart Working per tutto il personale degli uffici e mettendo in sicurezza gli stabilimenti in Sardegna, Francia e Turchia, abbiamo consentito a tutti di continuare le attività lavorative in totale sicurezza.
Abbiamo così fatto in modo che i milioni di nostri consumatori continuino a trovare le nostre lettiere sullo scaffale e tenere le loro case pulite e profumate.
Siamo orgogliosi di star offrendo il nostro piccolo contributo in questi tempi di emergenza e continueremo su questa strada.

Olimpia Laviosa
France General Director and Pet Care BU manager

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Laviosa Chimica Mineraria
Positivity in the face of Adversity

There is no disputing the fact, that the ongoing Covid 19 pandemic has wrought havoc and brought misery to the International citizenry and world community. There is no disputing the fact, that we will have to brace ourselves, from the brunt of the economic challenges looming on the horizon…

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There is no disputing the fact, that the ongoing Covid 19 pandemic has wrought havoc and brought misery to the International citizenry and world community. There is no disputing the fact, that we will have to brace ourselves, from the brunt of the economic challenges looming on the horizon. Life, as we know it, is going to be different, in more ways than one!

While humanity is affected, humanity is also rising up to the dynamic challenges with varying levels of success. There is no doubt, that mankind will confront this adversity and overcome with various measures and an effective vaccine will be developed, sooner or later.

So let’s look on the positive side with a few general observations:

  • People have understood the real meaning of “team work”. Trust levels will naturally increase, as all stake holders have to depend on one another
  • Families have bonded like never before.
  • Working from home can be quite efficient.
  • Despite many differences and disagreements, the whole world is united in at least one common fight – to control and neutralize the virus!
  • The knowledge gained from this pandemic, will serve us and future generations, better, for the future fight against similar threats.
  • Wildlife and Nature has reclaimed its place in Society.
  • The great value of information technology, to keep us connected, even as we strive to maintain social distancing.
  • Gas Emissions and pollution levels have dropped significantly, making the world a cleaner place.
  • This Virus has affected humanity and humanity will find the solution!

हम होंगे क़ामयाब / We shall overcome/Noi ce la faremo / Nous vaincrons / üstesinden geleceğiz

Denis De Souza
Country Manager India

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Laviosa Chimica Mineraria
Smart additives

Il lock down presso le proprie abitazioni ha certamente determinato una fortissima accelerazione generalizzata degli strumenti e della comunicazione on-line. Dopo due mesi è diventato quasi abituale pensare in termini di smart working, così come lo è pensare on-line quando si parla di università o scuola media superiore.

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Il lock down che ci ha costretto nelle nostre abitazioni ha certamente determinato una fortissima accelerazione generalizzata degli strumenti e della comunicazione on-line. Dopo due mesi è diventato quasi abituale pensare in termini di smart working, così come lo è pensare on-line quando si parla di università o scuola media superiore. E, se vogliamo andare avanti, potremmo aggiungere le cene on-line condivise con famiglie allargate , gli aperitivi on-line con gli amici, i corsi on-line di qualsiasi tipo, il fitness on-line, etc.

Venendo a noi possiamo dire che, come Additivi, stiamo vivendo in modo positivo questa esperienza, anche grazie all’ efficienza del collegamento VPN che ci consente da casa di poter accedere al Server aziendale e quindi, di fatto, poter utilizzare tutti quei tipi di documenti e informazioni che ci consentono di poter gestire il lavoro in modo continuativo sia internamente, sia esternamente.

Il rapporto con i clienti è finora molto buono e sicuramente beneficia anche di un clima di reciproca “condivisione” sia a livello nazionale, sia a livello internazionale, dell’eccezionale momento che stiamo vivendo

Certo, è vero: lo “smart working” funziona. Forse potremmo dire che funziona più per la gestione del quotidiano piuttosto che per la costruzione di nuove opportunità o condivisione di progetti , e per lo sviluppo di nuove relazioni commerciali

Ma non ci consente di vederci e frequentarci quotidianamente a livello personale, e questa è un’esigenza che tende sicuramente a crescere con il passare dei giorni, così come cresce fortemente il desiderio di riacquistare quella libertà di spostamento e di attività che avevamo dato per scontato fino a ieri.

smart-additives

Abbiamo potuto “vederci” comunque spesso via Skype e, a questo proposito, sulla base dell’esperienza che abbiamo fatto vorremmo condividere con tutti voi alcuni “ consigli”

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TIPS FOR COMPANY SMART SKYPE, ZOOM MEETINGS FROM HOME

GESTIONE DEL MEETING
• Nominare persona incaricata di gestire/moderare il meeting
• Interventi brevi e concreti
• Non interrompere interventi altrui
• Se possibile in base a numero partecipanti , dare la parola a tutti
AMBIENTAZIONE
• Se possibile cercare sfondo casa con scaffalatura o libreria anche piccola, con presenza libri a carattere economico/gestione aziendale
ILLUMINAZIONE
• Evitare finestre oppure luci posteriori all’immagine al fine di evitare effetto “silhouette”
• Privilegiare illuminazione soft e diffusa
GESTIONE DELLA PROPRIA IMMAGINE
• Durante il meeting mantenere costantemente sguardo attento ed intelligente
• Espressione del viso preferibilmente sorridente, ma non troppo
• Prima del meeting si consiglia di procedere a lieve massaggio o frizionamento facciale al fine di migliorare l’espressività e mimica muscolare del volto
• Evitare trucco troppo pesante
• L’eventuale utilizzo di occhiali da vista è apprezzato
• Spegnere suoneria telefono oppure inserire modalità aereo
DRESSS CODE
• NO : Cravatta, Giacca+ Cravatta, Maglietta Squadra di Calcio, T-Shirt Rock Band.
• NO : Abbigliamento troppo elegante o appariscente
• YES : Camicia bianca/celeste/blu, Polo, Pullover paricollo o collo a V
• YES : Boxer, Pantaloni Tuta, Pantaloni Pigiama, Jeans, Scarpe Trekking, Sandali, Infradito, Pantofole

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Smart Ciao a tutti dai Performance Additives !!!!

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Fondazione Laviosa